| La sola diceria - resti di civiltà villanoviana a Valle Cupa del Tifernus Mons (Matese) 1, mi sorprende più di quanto i resti archeologici del vicus pentro a Montorfano.
Sabato 16 giugno 2007, decido di prenotare l’archeopasseggiata a Valle Cupa, al giorno seguente, con Salvatore, a San Gregorio, nella speranza che non ci siano improvvisi acquazzoni.L’incertezza climatica del mattino di quel giorno, per i monti diventa una giornata di splendido sole, non caldo, a quota oltre i mille metri, dopo aver percorso anche un buon tratto di Cavallo Marano, fino a Ferracciano, per immetterci sulla via della meta.
Dopo non lungo tratto, eccoci a sostare alla valletta delle Campetelle, sulla quale, geometricamente disegnate, a suo tempo, con la guida di Achille, fissai e vista e mente alle pietre ben infisse nel terreno, fuoruscite a metà: un cerchi e tre rettangoli. Spontaneo, alla prima lettura, il pensiero andò a resti di tombe sannitiche. Annosi faggi protettivi, la valletta, la coprono d’ombra; accanto si dirama un tratturo montano. Salvatore non è insensibile.
Dopo breve sosta, altro breve tratto di strada, ed eccoci per il tratturo di Campobraca a guardare il pozzo, le pile- abbeveratoi per mucche-, la Masseria Caso, le montagne tutte verdi di altre fitte faggete, il colle con foro d’ accesso alle caverne sotterranee amate dagli speleologi, le graziose collinette, ciascuna col suo nome, una -I morticelli-, ai piedi dei monti, poi, l’accesso alla via sassosa d’ ingresso a Valle Cupa, fittamente ombreggiata da faggi e sbarrata. Gli automezzi non possono proseguire. Per difendere la Valle dall’accesso all’invasione barbarica dei foresti 2 con auto e fuoripista, i carbonai, per scelta del Presidente del Parco del Matese, dopo i loro lavori d’uso boschivo, hanno dovuto ammucchiare una quantità di pesanti e grossi massi, i quali possono essere superati solo scavalcandoli.
Ecco la strada della quale, a difenderla da erosione, la parte laterale sinistra è difesa da briglie di pietre squadrate; d’inverno, si convogliano le acque di pioggia e di neve, che diventano fiumiciattolo. Quanto sono costate? Il tratturo originario sul ciglione destro è ancora leggibile, ma le erbe e gli alberi già tentano di coprirlo.
Incrociamo due solitari visitatori sulla via del ritorno. Le prime foto. Uno scambio di saluto e di qualche parere.
Lentamente ci avviciniamo allo sbocco nella valle, luogo per me del tutto nuovo, con un toponimo che sa di magia, isolata anche, qual è, e a quota poco più alta, m. 1178, da quella lasciata alle spalle, Campobraca, m. 1138.
Come presso l’uscita d’un tunnel stradale, la bocca finale della strada incomincia a illuminarsi; ancora un poco e la valle circolare si squaderna ad anfiteatro, incorniciata di monti ammantati di altre e solo verdi faggete. Un silenzio vellutato, qualche azzurra farfalla e voli d’uccelli, cinque vacche al pascolo. Non si vede pastore.
Poco oltre, un primo segno atteso. -Un pozzo-, mi fa Salvatore. Il primo di quelli che volevamo esplorare? Non mi sembra tale a prima vista, per un residuo di muro frontale quadrangolare, m 7 x 7, a livello del piano campagna, dal quale, all’interno, quattro gradini; concavo lo spazio interrato ed erboso, adattato ad usa a nevera fino agli anni trenta, mi dirà, poi, un pastore, al ritorno a Campobraca.
Muti, avanziamo per la valle godendo del soffice tappeto verde ricamato di fiori di cardi spinosi e carezzati d’aria fresca e tersa che ci ristora. Di fronte, un lieve sollevamento del pianoro sul quale ci attraggono resti di mura diroccate. Sostiamo ad ammirare le migliaia di pietre sparse qui e là e mura quadrate perimetrali d’una vasta costruzione. Della quale, con Salvatore, subito inizio a prendere le misure dei resti fuori terra, alti ancora circa un metro, che costituiscono un abitato con distribuzione interna di locali per manipolare i formaggi e per il riposo, unito a mandria, o mandora, nel linguaggio pastorale; la recinzione misura l’ampiezza di circa m 42 x 47,60, pure in pietre squadrate, e tanto alta quanto per sicurezza da assalto di lupi e di riposo del bestiame, e per la mungitura serotina e mattutina.
Quei resti, a vederli, erano stati operati più accuratamente del casone di Campobraca. Anche solitari, difatti, i muri residui testimoniano un lavoro improntato e condotto con precisione e competenza, sia da pastori manodopera, sia da altri competenti ed esperti nel saper fare quel mestiere costruttivo.
E’ proprio ingente la quantità di altre pietre affioranti, e di massi, e di quelle squadrate sparse intorno, in maggiore quantità, presso l’antica costruzione: sono quelle delle mura ruinate o demolite, molte utilizzate per le briglie -ora vedo e comprendo-, sulla via d’accesso, opera questa, per metterla in sicurezza, realizzata all’inizio dello scorso secolo XX, mentre il trascinamento delle pile alla fine del XIX.
Lentamente ci portiamo nei punti della valle dove poter trovare gli altri due siti-pozzo, nei quali, -i tramanda, erano state trovate, nel fondo, una quantità di pignatte -olle- di terracotta sigillate, con dentro ceneri, resti di cremazione. A dir questo era stato, tra gli altri, un tale, che non c’è più, ma che su quei monti ci aveva vissuto fin da piccolo, De Lellis Antonio, soprannome pelleossa.
Salvatore ha udito parlare dei pozzi da molti amici, anche da un suo conoscente, il quale, sorvolando il luogo in aereo e riprendendo aerofotogrammi, avrebbe riconosciuto, oltre il casone o masseria, anche il sito di quei pozzi: il primo quello all’ingresso della valle, un secondo e un terzo, sulla linea del primo degrado dei monti che la circondano.
La ricerca è lenta, con scarsi risultati. Ai piedi d’un faggio secolare, la forma circolare della inclinazione di sassi lavorati potrebbe indicare il secondo dei tre pozzi; ma del terzo, alcun segno. La ricerca è abbastanza vaga e vana. Siamo e ci sentiamo più solitari Salvatore ed io, in quella magica valle, che vuol tenere celato il segreto per sé.
Ne rimugino il nome, letto e commentato la prima volta nei versi di LuigiCiccarelli, poeta popolare de Matese raccolti nel manoscritto Questo è il Matese,
La via del ritorno ci sembra accorciata. Riecco Campobraca. Vacche al pascolo, pochissime pecore, la masseria Caso, al centro il pozzo, dove sostiamo. Ne beviamo l’acqua, gelata come neve, pompata dal lago sotterraneo; le valli d’impluvio lo riforniscono con le piogge e le nevi perenni invernali; l’acqua sotterranea, non solo quella, se ne va per le buie grotte carsiche fino alle sorgenti delle piane meridionali, che circondano parte del Massiccio. Del quale, nel 1928, -accessibile ancora solamente a piedi o a dorso d’asini e di cavalli-, così scriveva il prof. Carmelo Colamonico, annotando:
poche altre zone montagnose d’Italia hanno l’indipendenza fisica che ha il Matese: esso si può paragonare a un gran pilastro che si erga nettamente con pendii rapidissimi su aree pianeggianti. .
Attorno al pozzo, visitatori d’un giorno, altri con moto da montagna, qualche pastore, un amante speleologo di Capitanata, col figlioletto in tuta e casco, e la moglie. Là è bello sostare. Salvatore li conosce i pastori, ai quali dice il perché e il come della nostra escursione. A Valle Cupa, essi rispondono, ci stavano quei pozzi, su uno c’è cresciuto un grosso cespuglio legnoso; i tre abbeveratoi, scalpellati a mano in grossi massi pietrosi -che forza e che tempi ci vollero!- ora sono allineati presso il pozzo, secondo le diverse misure; per trascinarli, c’era voluta più fatica di quanta a sbozzarli e dentro e fuori.
Tanta fatica anche per trascinarli da Valle Cupa, là inutilizzati, perché nella valle non c’era più acqua di sorgente o di pozzo per riempirli. E là, la pastorizia s’era rarefatta, anche perché vi si verificavano bufere di fulmini?
Il Poeta ricorda e canta:
…le pile dove bevono gli animali
/ son di pietra e pesano quintali
da Valle Cupa furon trasportate;
dell’epoca i pastori, scomparsi
dalla scena del mondo quasi tutti,
insieme all’ideatore dell’impresa,
sindaco del Comune Achille Caso
detto comunemente Don Achille.
Adesso è scoperchiato, abbandonato…
i fori sembrano occhi di fantasmi
ansiosi di scrutare
il gran mistero dell’eternità.
Lascio da parte i lugubri fantasmi…
L’esplorazione a Valle Cupa, Deo auxiliante, è solamente interrotta. La notizia, poco più che voce, ho pensato tra me, comunque non posso tenerla celata al mio Lettore, che non farebbe male a farsi, nel tempo libero, ricercatore, come Salvatore.
La via del ritorno da Valle Cupa, sembra accorciata. Eccola la valle del pozzo, primo punto d’incontro.
Poche le vacche al pascolo, pochissime le pecore e la masseria Caso; al centro il pozzo. Sostiamo. Ne beviamo l’acqua sotterranea del sapore di neve; i monti e le valli d’impluvio la riforniscono; suddivisa in corsi per il buio di grotte carsiche, fino ai piedi dei monti della piana alifana, uscivano a veder la luce, diventati sorgenti fragorose,.
Le ricche e gorgheggianti sorgenti, come il Torano, s’erano aperto il corso dalle piane al mare. Talune, ora, come quella del Torano e parte del Tiferno, costrette al buio in chilometrici tubi d’ acciaio, dissetano le città.
Quel giorno, non poteva mancare la fermata al pozzo, per piacevole conversazione. Sono amici di Salvatore due pastori, ai quale piace la compagnia. Di tanto in tanto un loro sguardo di chi alle pecore, di chi alle mucche.
A Valle Cupa, ripetono, c’erano i pozzi con pignatte ben sigillate, nelle quali solo ceneri. Ma chi le cercava, sperava in ben altro.
***
Domenica 11 nov. 2007, Pasqualino Di Muccio, deltaplanista, e Renato Santillo, amante di cose antiche, invitati nel mio studio: Lino, per chiedergli un’aerofoto della stradetta che l’incendio boschivo aveva rivelato sul dorso di Monte Cila, Renato, per notizie della località Monticello, nei pressi di Vallone Paterno di Piedimonte.
Come al solito, mi faceva compagnia il pc aperto a queste pagine. Alla loro domanda di che stessi scrivendo, risposi di che novità avevo già scritto: di Valle Cupa. Gliele le leggo. Sorpresi, soprattutto Renato, che mi propone di parlare con Giuseppe, un anziano pastore di S. Gregorio, che abita nella campagna di Alife, il quale, quella valle, gli ha detto, la conosce a menadito, e vi trovava, tante pignatte di terracotta.
Accompagnato da Renato, il 25 novembre 2006, per proseguire la ricerca interrotta, alla abitazione nella campagna d’Alife, parlo con l’ottantenne pastore Giuseppe D’Onofrio e con la moglie Lidia Mezzullo. La conversazione è varia, iniziata dalle conoscenze. Emigrati essi ed io da S. Gregorio. Non gli è estraneo mio fratello Vincenzo, suo coetaneo, e gli altri fratelli, non me, che già a nove anni completavo gli studi elementari al Seminario della Città.
La nostalgia della lontananza si ravviva, soprattutto della montagna di Valle Cupa: i ricordi sono tanti, quando gliene chiedo, che ascolto appassionati. Così li riassumo. Valle Cupa, dice, da sempre, era stata rifugio di briganti, che vi nascondevano tesori - riferendosi, però, a ex soldati borbonici sbandati e ad altri prezzolati dai signori possidenti e a qualche malfattore. Cercava, lui e i compagni, ori e borse di danari, là dove potevano più facilmente trovarsi: sempre tiravano fuori pignatte ben sigillate, dalle quali, rotte, usciva solamente cenere nerastra. Quante ne trovavamo, tante ne rompevano, dice Giuseppe. Ricorda bene pure Antonio De Lellis di buon compagnia. Egli racconta che, anche solitario, andava a cercare soprattutto sotto liscie lastre di pietra lavorata, dopo aver fatto un foro laterale nella terra, e sotto perruni, e perruncelli, ossia grossi e piccoli massi pietrosi. Si pente ora lui di non averne conservata neppure una di pignatta, anche una sola parte.
Rari anche i frantumi che vi si possono raccogliere. Un pugno di resti me lo ha donato Renato, raccolti con Giuseppe il pastore a Valle cupa, altri Salvatore, il giorno del sopralluogo con lui.
A Valle Cupa, solo, oramai, un pastore che ci va a pascolare, nel giorno, poche vacche.
Della mandora con annessa masseria, a Giuseppe, gli ricordava il nonno, che sempre era stata così abbandonata; e che lo stesso gli aveva detto il nonno del nonno e gli antenati degli antenati
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E la datazione? Dieci, mila anni, nove a.C.
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