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Resti di tombe Sannitiche a Campetelle di Matese e da capanna a Campo Braca

In piazza a S. Gregorio, io per la passeggiata al paese, Achille al suo servizio di vigilanza.
Ancora lui:- Zì Domé, debbo dirti un’altra cosa di quelle che ti piacciono. Vicino a Campo Braca, nel bosco delle Campetelle, ho viste certe pietre che, come stanno messe, ti piacerà guardare, per sapere che possono essere. Io mi sono fermato a guardarle per curiosità, come quelle altre a Montorfano. Io, a vederle, ti ci accompagno quando vuoi.-
Piacevolmente sorpreso, ripenso all’archeologo Adriano La Regina il quale non dubita che, per il Matese , il liviano Tifernus Mons, quando meno te lo aspetti, puoi avere la sorpresa e la buona sorte di imbatterti in segni non occasionali, impressi per valli e per monti dagli antichi Pentri, nel corso di secoli tanto lontani. Achille, che ora, quando è in servizio per il demanio, osserva i tratturi, le piante e le pietre, con una curiosità aggiunta, è già contento quando mi può dare una notizia del genere che sa quanto io gradisco. Per una ricerca sistematica andrebbero percorsi e ripercorsi, con attenzione, tutti i tratturi ancora in uso, i quali si dipanano per tutta l’area matesina, dalle pedemontane al quelle molisane.
Io:- Grazie, Achì. Figurati se le voglio vedere. Quanto prima è, meglio è.
***
Quel giorno di mezza primavera del 2003, come d’intesa, incontro mio nipote a Pretemorto, sulla montagna, all’abitazione diurna dei genitori; di sera, ora, dormono al paese.
Come da Piedimonte, ancora cielo sereno quando ci immettiamo per la strada sterrata nel bosco. Ma poco dopo, eccola, cala una nebbia fitta fitta che ci fa andare lenti e prudenti. Quella via Achille l’aveva scelta per soffermarci alle nevere di nonno Domenico al Caprarello , le quali mai avevo viste, meno quella a S. Gregorio, interrata, in muratura, appena fuori dell’abitato. Vi sostiamo poco. Le fosse, non profonde, né vaste, erano piene zeppe delle foglie di cui i faggi si erano disfatte, le quali lentamente vi si maceravano.
Quale lavoro quello del nonno, iniziato dagli antenati, come si legge nel Catasto Onciario dell’Università di S. Gregorio, ancora prima del 1754.
Quando costeggiamo le Cupelle , nei pressi del Maio , la nebbia, cortese, dirada, per concederci di ammirare all’orizzonte la linea azzurra del mare, l’estrema vetta tronca del Vesuvio con la montagna del Somma e i Preappenini allineati oltre la piana del medio Volturno, e gli abitati e le valli e le strade. Gli occhi vorrebbero penetrare in quell’orizzonte che li limita, Vaga la mente, tacita ed ammirata.
Il cielo che s’è messo al bello e la via pietrosa che rallenta l’andata, fanno godere il tratteggio delle coste collinari e i corti pianori maculati qui e là di gruppi di scuro mirtillo, di fiori rosei di cardi, di felci e di tanto verde praticello nel quale un faggio, come un vecchio malconcio dal lavoro e dall’età, se ne sta solitario, il fusto contorto e i rami accartocciati dalla borea violenta e sibilante.
In un punto la strada procede asfaltata, come non mi piacerebbe, fino alle Campetelle , delimitate da fitta faggeta. Siamo arrivati.
Al di là, valle e colline assolate per la quali un ben nutrito branco di pecore sono sparse al pascolo.
Al punto di sosta, si slargano i faggi, come a far posto e guardia a rozze pietre, alcuna squadrata. Sorprendente, a prima vista, il cerchio, il segno che più attrae, insieme ad altre geometrie. Segni e luogo mi fanno subito venire alla mente riproduzioni di foto di simili fatture, con riconoscimento di tombe sannitiche, nella contigua area molisana. Presso il cerchio, ma isolato, ai piedi d’un faggio, un quadrilatero, ancora un altro irregolare nei pressi, altre pietre allineate per due lati nel breve pianoro.
Ma la perplessità che pura s’affaccia, si coniuga alla sorpresa. Dal ciglio della strada, guardo, riguardo e lento mi avvicino a quei sassi là per terra.
Eccolo Achille che ha parcheggiato più in là la macchina:- Questo è. Che dici, che può essere?-
-Debbo pensarci bene- gli rispondo.
E io mi dico che non è come quando riconobbi le mura poligonali a sud dell’abitato di Castello , neppure il vicus a Montorfano , luogo dove, insieme con lui, sono andato più volte per fotografare, verificare, misurare, scrutare. Qui, per venirci, non c’è stata attenzione a trattenermi da scivoloni lungo il declivio e fatica alla risalita fino al punto di parcheggio dell’auto: il tratto di strada stretta, rocciosa, sassosa, pericolosa, là, è tutta in pendio per la costa montana. Qui, tranne un tratto, solamente piacere, soprattutto dopo la scomparsa della nebbia.
Allo sguardo, quelle pietre, così ordinate, mi hanno fatto pensare subito, ripeto, a resti residuali di tombe sannitiche. Quelle pietre però - il dubbio - potrebbero averle disposte in quel modo altri più vicini a noi, i carbonai o i mannesi come rifugi provvisori durante la stagione del taglio dei faggi e della loro lavorazione. Ma essi si costruiscono la capanna d’abitazione solamente con frascame e zolle erbose, su un’area di terra battuta; dispongono anche delle pietre, ma solo quelle per fornacelle su cui cucinare ed altre da usare come sedili o a poggiare oggetti; poco lontano, su altra area battuta, pongono le craonere o carbonere coniche, nelle quali ben distribuiti, a cono, i tronchetti ricavati dai rami non utilizzabili per uso industriale, poi coperti di terra, non a contatto dell’aria, solamente fori per il fumo. Qui, per i gitanti domenicali, una fornacella in cemento.
Prendo dalla borsa la macchina fotografica , provo il flash. Deluso. La luce è scarsa per l’ombra dei rami penduli dei faggi. Rinunzio. Provo a rimuovere il terreno con un legnetto: solo humus scuro.
Con Achille guardo, ammiro e immagino quelle forme complete bene strutturate per capi degni di essere ricordati, perciò anche accanto a tratturo boschivo. Quel cerchio si elevava rifinita a cupola? E le forme a rettangolo erano tombe per singoli o per più defunti? Ma mi chiedevo anche:-A quando il ritorno?- Era il tempo d’un soggiorno lungo al mare di Terracina con la vista del Circeo.

***
Verso l’autunno, quando chiedo ad Achille di ritornare al bosco, mi dà la notizia che la valletta, come tutto il bosco, è letteralmente coperta di foglie e che per altre fotografie dovrà passare del tempo, se la borea non fa il miracolo di disperderle.
Frattanto ho riletto le pagine che gli storici dei Sanniti dedicano al culto del sacro, alle necropoli, alle tombe, ai resti; guardo e riguardo le riproduzioni e i disegni con i quali si illustrano i reperti archeologici di riferimento, per avere opinione più chiara su quelli che, per la prima volta, sono stati notati nella nostra contrada montana e in queste pagine annotati, per riproporli, con altre di storia locale, alla lettura di chi ama conoscere ogni segno d’arricchimento della nostra storia.
Debbo attendere solamente il giorno disponibile per fare le riprese di quei segni lasciati sul terreno boscoso da uomini che hanno avuto in sommo grado culto del sacro, rispetto della morte e venerazione della memoria.
***
Il tempo s’è messo al bello a ottobre. E’ vivo il desiderio di rivedere la valletta dei segni, di fare buone riprese. Mi potrà essere di compagnia mio nipote Andrea. Ne avverto Achille. Giornata serena, cielo luminoso, l’11 ottobre 2003
Da San Potito, non molto tempo per ritrovarci sul sito. Le foglie sono ammucchiate nel fitto del bosco. La valletta n’è pressoché sgombra.
Andrea si guarda intorno, fissa i segni che l’attraggono, poi eccolo a scattare fotografie, mentre io prendo le misure delle figure sul terreno, non battuto, ma spianato:


 

1) il cerchio, perfetto nelle disegno e, nella cinta, alcun sasso sconnesso, con al centro altro massetto, compatto e bene infossato: diametro m 5,40; altezza dei sassi fuori terra, mediamente di 15 cm, di quello al centro, cm 50 circa. A un’altra prova di scavo superficiale, con paletta, ancora solamente humus scuro;

 

 

 



 

2) il rettangolo più vicino al cerchio misura m 5, 50 x 3,60; non dissimile la misura della sporgenza delle pietre laterali fuori terra;

 








 

3) altro rettangolo, m. 5,00x 5,50;















4) altre pietre per due lati, 3,30 x 3,30. Sono soddisfatto delle misurazioni, delle riprese fatte, ancora uno sguardo al tratturo: solamente alcuni grossi sassi sconnessi, altri erratici.









Silenzioso, penso alle forme ideali di geometria, parola ignota, forse, agli abitatori Pentri, ma non le forme per le architetture, per la scelta dei luoghi a difesa, dei siti per le capanne, e per la necropoli, quella di Santa Croce.
E mi dico: “Rimarranno ancora così intatti, ora che questo luogo, come vedo, sta diventando un piano di sosta per turisti d’un giorno? Qualcuno manometterà questi segni di secoli?
***
E’ il caso, o la dea Fortuna come avrebbe detto Giulio Cesare, a spingermi a cercare resti e soprattutto a individuarli, perché segnalatimi, come qui aggiungo?
Non lontano dalle Campetelle, all’ingresso di Campobraca, due anni dopo, parlando al Bar della piazza del paese con un conoscitore della zona, Antonio Fattore, vengo a sapere, ecco il “caso”, che non lontano dal tratturo della transumanza, dei carbonai intenti a rimuovere della terra per uso della craonera, avevano tratto fuori dei resti fittili, tutti in sito, sottili e molto fragili, ma tanti e intatti. Non sorpreso. Altri mi dà notizie di simili resti anche nella vicina valle Cupa, luogo che ha altro ancora da narrare. Sarà un’altra passeggiata archeologica? Vera guida mi è E.T. Salmon: le capanne lungo i tratturi.


Il seguente pomeriggio domenicale di settembre 2006, senza porre tanto tempo in mezzo, chiedo all’amico di accompagnarmi. Meno di mezz’ora d’auto siamo sul posto. Subito a rimuovere la terra con le mani. Bravo lui, che raccoglie i resti, ma rari, i quali, preziosi come reliquie, io ripongo in una busta. Mio nipote Andrea ne ha fatto la foto accanto che, quasi a corollario, chiude questa altra pagina che non sia l’ultima, mi auguro, anche se…









***
Lo storico dei Sanniti E. T. Salmon è inequivocabile a suggerire il riconoscimento dei loro luoghi per i monti, se bene si osservano, lungo i tratturi, i resti-segni di collocazioni, per le specifiche capacità costruttive di quel popolo “architetto”, tutti a ricovero della propria gente e a difesa : le capanne di frascame di faggio pregiato, di cui il Matese è ricco, per le valli dei pascoli estivi, l’esperto uso di pietre poligonali per cortine sui fianchi di monti e a fronte di vallette nel sito del vicus -quello a Montorfano- dove altre capanne, da cui usare armi da lancio, le aste dalla punta di ferro acuminata pur esse ricavate dal faggio, le quali , accanto al morto, per prime trovavano posto nelle tombe delle necropoli, oggetto simbolico insieme con gli altri segni militari e religiosi.


Domenico Loffreda


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