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E’ il nome - Masseria dei Monaci - alla via…- che dona identità alla costruzione e che ti fa sorgere spontanea la domanda:- Quali monaci?- Vari sono gli Ordini che si sono succeduti dal Medioevo, in Allifis, per la montagna del Matese, il liviano Tifernus mons e nell’agerallifanus, dove la primitiva cività osca, seguita dalla sannita pentra, dalla romana, e da quelle medievali, con prevalenza della presenza del monachesimo. Pochi i resti della Osca: la Necropoli presso Alife illustrata da Henrich Dressel, abbastanza della sannita, molti della romana, non pochi degli altri periodi storici.
Interessanti il periodo sannitico e quello romano, che si limita al territorio di S. Potito con qualche cenno ai comuni limitrofi.
Si sa: gli agglomerati vicani o paganici del tempo dei Sanniti compresi nell’ager sono privi di toponimo che li individui ed hanno insediamento sulle valli a monte, lungo i tratturi, così l’abitato vicano di S. Potito si pone alla Valledel Lontro (P. Rapa, S. Potito Sannitico cenni di storia parrocchiale, p.11), Esso ha una storia molto notevole. La quale era in parte ignorata o appena accennata, come a celarla, anche se si disponeva della documentazione di molti abbondanti reperti archeologici, ricchi di informazioni, ma per storici non locali, interessati alla storia più generale dei Sanniti. Recentemente quegli studi sono stati ripresi con attenzione e documentati con visite ai siti inloco dopo il primo saggio di suggerimenti S. Potito nella storia e nella quotidianità – Appunti per una monografia, di D. Loffreda, ulteriormente raccontati dallo stesso autore in Sannio Pentro Alifano volume I e II .
La civitas Allifae, dopo la conquista di Bovianum, la capitale dei Pentri, col dominio romano su tutto il Tifernus mons - il Massiccio del Matese-, nel 293 a. C., ricostruisce la sua sede e riacquista il suo primato nella pianura, con accanto le acque del Torano. Al tempo della pax si arricchisce di robuste mura difensive e di costruzioni urbane in strutture architettoniche romane..
Dei pagus o vicus o oppidum dell’alifano, unico con toponimo è Castello del Matese, già Castra medievale e più antico Allifae sannitica, insediato sulla media montagna per tutti i settant’anni di lotta di offesa e di difesa dai Romani.
I villaggi del territorio che ci riguardano, coinvolti nelle guerre sannitiche, dopo il 293 a. C., ma non tutti gli abitanti del Castra, abbandonano i rifugi montani per cercare la propria vivibilità soprattutto nelle attività agricole; non quelli della montagna, i quali, oltre a cercare migliore sede abitativa, continuano ad esercitare la pastorizia associata all’agricoltura possibile.
Gli abitatori dell’ager si spargono per le campagne, vi costruiscono i rifugi adatti a sé, agli animali e alla conservazione dei prodotti; e riconoscono la propria comunanza in luoghi di culto, posti in posizione prominente. In seguito, ai rifugi e alle masserie, per quella fertile campagna pedemontana, dolcemente declinante verso la piana, protetta da montagne verdi di boschi cedui, di lussureggiante macchia mediterranea, di argentati oliveti, ricca d’acque sorgive e freatiche, soprattutto libera da nebbie, si aggiungono ville di gran pregio, come mostrano tombe e marmi decorati e altri molto numerosi reperti, come a Conca dell’Arena e a le Fate e a S. Cassiano e al Beneficio e alle Torelle e alle Terme, luoghi abitati e ben vissuti, dove se ne rinvengono ancor oggi, di tanto in tanto. Resti di antichità -votivi soprattutto e di uso commerciale, come i pesi di terracotta, tanti che l’archeologa Gioia Conta Haller li dice scarichivotivi. Dei quali, si ripete sono stati rinvenuti un po’ da per tutto, specialmente nella zona della collinetta delle Torelle e dell’area delle Terme. I reperti archeologici con altri di altre aree, già catalogati al Museo Alifano di Piedimonte Matese, sono in custodia presso il Museo Archeologico di Napoli.
La collinetta, da cui ampio arioso panorama, è votata al sacro per il tempio di Ercole ed altro tempietto ad altra divinità pagana con presso una basilica per i servizi anche commerciali che vi si svolgevano nelle ricorrenze delle celebrazioni sacre. Nel tempo sono stati adattati a culto cristiano; nel Settecento, anche abitazioni e servizi per un eremita, che pregava e si prendeva cura delle terre e dell’uliveto e dei templi. I quali con la basilica sono trasformati in cimitero nella seconda metà dell’ 800. Il luogo, da anni abbandonato a se stesso, per incuria, va perdendo la propria identità. Resta quella storica ritrovata, ossiala pecularietà della collinetta individuata con il ragionamento sui templi, l’area delle Terme rivendicata a edifizio monumentale d’Italia, mq 8620 e i bagni pubblicialimentati dalle acque termali calde, sorgive alla Via Formose, ad essi addotte da cunicoli in costruzione, le forme, di cui si possono vedere le prime foto pubblicate. E presso quelle acque, molto probabilmente, anche per analogia di S. Angelo in Formis, come descritto dallo storico Pratili, v’era un tempio a Diana. Della dea, nell’Ottocento sono state rinvenute due statue, di cui una portata al Convento Domenicano a Piedimonte, un’altra asportata nottetempo da un’edicola ancora esistente.
Da questa storia antica, ora a quella medievale, certo non recente, per rispondere alla domanda posta all’inizio di queste rapide note, in particolare a quella del monachesimo, più vicina, per necessità e sicurezza, ai contadini e ai pastori per le nostre terre.
Inizia l’Ora et labora del monachesimo benedettino volturnense di S.Vincenzo con la costruzione di chiesa e badia ( beni inventariati all’819 d.C.) al titolo di S. Gregorio Magno, che diviene il toponimo agiografico dell’abitato che gli cresce sulla costa, mentre , al piano, nei pressi dell’attuale stazione ferroviaria, del monastero femminile di S. Salvatore, distrutto dai Saraceni e, non lontano da Alife, seguono: altro monastero femminile al titolo di S. Maria,(sec. VIII) dipendenza, prima dalla abbazia di S. Maria in Cingla, di Ailano, successivamente, al titolo di S.Cassiano, quale dipendenza della Abbazia di Montecassino; negli anni 1220, l’Ordine cistercense, Abbazia di S. Maria della Ferrara, pone due grange per i pastori gregoriani alla Via delle Mura della Valle Orsara (mura longobarde -?- da visitare ed ammirare: una piccola grande muraglia), un’altra all’Acqua di S. Maria a Campo Maiuri, altra ancora a Castris Pedemotis, ossia Castello, con beni e concessioni demaniali di Federico II e dei Papi e molti anche a S.Potito a Valle Frisi, ; ancora nel 1414, sono presenti i Domenicani ricchi dei beni de Le Quercete, che comprendevano anche boschi a monte e partivano da ove è la sede della fabbrica di laterizi La Pincera, non attiva, ma restaurata: attraente costruzione con bel panorama, poi possesso dei Sanillo, dei Gaetani e dei Filangieri; ancora, i Carmelitani, 1538; i Celestini, 1656, infine i Francescani Alcantarini, 1674, unico Ordine ancora presente sulla montagna di Monte Muto, con scarsi beni, secondo la regola francescana e, perciò, duraturi nel tempo.
Di quale Ordine era possedimento la MasseriadeiMonaci? Per la localizzazione poteva bene essere un possedimento del monastero di S. Cassiano, presente ed operante per più secoli, infine casa colonica dal nome del possessore, detta Rainieri; il nome S. Cassiano è ad altra dipendenza). Il monastero possedeva molti altri beni, fino alla località Cappella di S. Potito.
Se la campagna può meritatamente essere detta ager hortorum o villarum, il paese vanta altrettanto una storia civile. Negli ultimi tre secoli sono sorti palazzi e ville, nei quali gusto e arte li rendono di aspetto molto gradevole e di valore storico-artistico notevole. Basta guardare i portali in pietra e le architetture. Anche quella della Taverna, dall’aspetto esteriore caratteristico, ora civile abitazione, già stazione di posta, in cui si fermavano le diligenze per il cambio dei cavalli, anche di sosta notturna per passeggeri.
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Agli occhi, panorami riposanti; al buongustaio, prodotti del suolo;, all’appassionato di storia, un luogo dove la storia, antica e recente, la può rivivere.
La Masseria dei Monaci s’apre all’accoglienza degli ospiti: sacri. |