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Con mio nipote Andrea, in esplorazione per la montagna, con la macchina da presa.
La visita dei luoghi è soddisfacente, non completa.
Sulla via del ritorno:- Andrè, và a passo d’uomo. E’ lui alla guida, io a scrutare il bosco, sulla destra, lo sguardo ai fusti dei faggi, a cercare quello, tra essi, che non potei portare con me, al primo incontro, impresso in un fotogramma. Alla vista, allo stupore, a pensieri e a visioni antiche, sì.
Dopo breve tratto, eccolo il tronco centenario. Si leva eccelso tra gli altri, più su di tutti. Celati la cima e i cielo dai fitti impenetrabili rami fronzuti tra loro intessuti da mani segrete.
Possenti le radici abbarbicate nelle profonde tenebrosità della terra.
Le altre, fuori terra, e dalla terra traendo come Caco tutta la tenacia, come mani adunche ad artiglio e a reticolo, tese a sforzo immane, come per punizione olimpica dei Giganti voluta da Zeus, avvinghiano il masso roccioso, enorme come quello col quale Polifemo blocca alle pecore e all’Itacese l’uscita dal proprio antro.
Il faggio gli s’eleva dal centro. L’immane sasso è tutto teso, come essere vivente, a svincolarsi da quel possente mortale abbraccio, che gli soffoca il respiro e gli penetra nelle viscere, gli lacera la rigida veste colore grigio chiaro. Non cessa dallo sforzo di svincolarsi da quell’abbraccio che lo spaccherà, e lento lento, nel tempo, lo frantumerà.
Gruppo statuario classico. La lotta dei Giganti.
Scultrice la Natura. Viva e inesauribile e mutevole nella creatività delle mille forme delle sue creature, tutte in moto celere o lento, dei suoi orizzonti, delle visioni disegnate sui monti e sulle colline, per le pianure verdi e per la dorate dune sahariane, per i laghi, i mari, gli oceani e per i cieli senza fondo che ci offre col sole, la luna e le stelle che lo popolano e, quei mondi oltre le vie del nostro cielo, non visibili con i nostri occhi. Per le quali l’uomo si immerge fino all’infinito universo, con la sua mente, che tutto lo contiene. Ebro di sé.
Nella Natura che vive e lotta. Lotta per vivere o vive per lottare?
Come a modo loro fecero i Sanniti Pentri, tanti secoli fa, per la montagna del Matese che li ospitò, lasciando i segni del loro tempo - necropoli a S. Croce, vicus a Montorfano, pietre di tombe alle Campetelle – e, ad altre generazion, l’eredità della cura delle miti pecore.
Domenico Loffreda
25 0ttobre 2004
1 febbraio 2005 |