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Corrispondenza libera: S. Potito Sannitico, 21 febbraio

 
Gentile dott. Tommaso,
ho fatto la sua conoscenza nel sito internet: foto e curriculum.
Gradisca vivi saluti con l’augurio di ottimo iter professionale.
Sono qui a ringraziarla della lettura fatta per ostreca di due miei lavori -non nati per caso, meno ancora per vanagloria- ma, inprimis, per i suoi “raccogliere, salvare e conservare”, con cui ne sintetizza, dopo le riserve di diritto, la lettura. Dei quali, però, mi consentirà di ribadire le ragioni delle mie letture archeologiche volte alla valorizzazione dei siti da me individuati: mura poligonali a Castello del Matese, due templi per il sacro e basilica per i suoi uffici alla gestione di essi e delle Terme di Ercole, alla Collina delle Torelle di S. Potito Sannitico e vicus sannitico a Montorfano di S. Gregorio Matese. Alle Torelle, dove molti reperti votivi sono stati rinvenuti, le tre costruzioni erano note solamente per l’uso cimiteriale che ne era stato fatto nel corso dell’800. Nel cui primo quarantennio, G. Savastano scrive il manoscritto che vede la luce dopo un secolo e mezzo. Il discendente Ettore, nipote di mia moglie che da anni è più, me lo dà in lettura: non lo trovo stravagante; mi suggerisce di continuare l’indagine sul territorio montano matesino e quello dolcemente declinante al piano prossimo dell’antica Allifae, quella iniziata nel 1990 nei capitoli I e II di…et ecclesia Sancti Gregorii in Matese con il discorso sulla necropoli a serra di S. Croce e continuata in Sannio Pentro AlifanoVolume I con la prevalenza della individuazione di altre mura poligonali sul rilevante pendio, isolato da due valloni laterali, a sud dell’abitato di Castello, comunicata all’archeologo stimatissimo A. La Regina, che cortesemente mi ringrazia. Mi interessava diffonderne la conoscenza per la utilizzazione a successivo studio e conferma soprattutto in relazione alla Tavola cartografia delle fortezze sannitiche di S. P. Hoepli, nella quale il borgo Castello del Matese è riconosciuto sito fortificato sannita, come già avevano sostenuto H. Nissen e E. T. Salmon e, non esclude G. Conta Haller. A quel fine pregai l’amico Enzo Loffredo, editore a Napoli della maggior parte dei miei lavori (la stampa a Piedimonte), di inviare lui, per la recensione, al prof. Mario Torelli, Direttore della prestigiosa Rivista, i due Sannio Pentro Alifano,
Lei ha avuto modo di leggere che gli storici locali R. Marrocco padre e Dante il figlio, il sito fortificato lo riconoscono nel monte Cila, dove, annoto, non vi sono spazi tali da acquartierare reparti armati, se non gruppi di difesa da posizionare sulle cortine, su altre alture e cime in caso di offesa. Così,pensando anche alle azioni di Quinto Fabio Massimo, quando da in loco alto ac munito di Livio contrasta gli assalti di Annibale. Il console aveva dovuto acquartierare la legione a nord della fortezza di Castello, nella zona pianeggiante ora detta Cologna, ossia terre dei coloni. Come fortezza Marrocco padre presentò quel monte al prof. A. Majuri, il quale tale lo certifica. Non avrebbe avuto dei dubbi il Professore, se lo avesse condotto in quella zona ora detta o a già allora gli fossero state note quelle altre mura poligonali da sempre esistenti ed ignorate?
Delle mura da poco ne avevo letto quel che ne scrive nell’uso della strategia militare nelle pagine di Dai Sanniti all’esercito italiano Il Massiccio del Matese, Laterza, 1991, lo storico Flavio Russo, particolarmente di quelle a gradoni.Nel testo anch’egli riporta il Cilacomefortezza e l’abitato lo identifica in Cluvia, eppure è lui che descrive la conformazione montana e del territorio. E’ la vulgata.
Io quel sito lo direi formato dalla natura alla difesa, anche per la migliore conoscenza acquisita dopo successive visite fatte sia alle mura che a strutture medievali. Castello, dal primo medioevo continua ad essere fortezza: si cinge di mura, si rafforza con torri, ha la torretta di guardia presso le mura poligonali, e vicino resti d’una chiesa forse cistercense. Spero di poter fare memoria di quello che non ce l’ha.
Del prof. G. Tagliamonte accettai la presentazione, anche nei limiti e dubbi espressi, per la stima che ne avevo e ne conservo. Lui non tace che la finalità dei miei scritti “ è, essenzialmente, quella di richiamare l’attenzione al…patrimonio di carattere storico archeologico poco noto, se non del tutto sconosciuto, anche in ambito locale.”
Purtroppo debbo lamentare che la Soprintendenza di Napoli-Caserta, già assente ad esplorare la necropoli a Santa Croce negli anni Novecentoventi e nel 1937, neppure ora s’è interessata più di tanto alle mura e al vicus a Montorfano, per verificare se le mie siano o meno sviste od altro. E negli anni Novecentoventotrenta, al prof. Majuri, soprintendente per la Campania in quegli anni, della necropoli gliene era stata notizia da chi avrebbe dovuto e potuto? Non ne trovo traccia né nei suoi scritti né in quelli dei Marrocco, Raffaele padre e Dante figlio.
Della necropoli, precedentemente a quanto ne faccio io ricordo, non c’è altri che ne faccia cenno oltre a Dante Marrocco, senza però, purtroppo, e me ne ricresce, dirne quel che sa e vede lui nel 1937, insegnante elementare a San Gregorio. Il padre Raffaele, ispettore ai monumenti, che non poteva non sapere, ne tace del tutto. Le notizie, dal figlio Dante, sono date ridotte alla conoscenza, mi dice un amico docente universitario, per campanilismo. Anch’io la penso così e che, nel 1937, il mancato intervento del padre, probabilmente, fu per eccesso di prudenza: non disturbare la sciagurata decisione delle autorità locali e della forestale, fascismo imperante, di rimboschire tutto quello storico declivio. E poi, non detta dal padre né dal figlio, era dei tempi l’espressione: ma de ste cose - reperti archeologici - ce ne stanno tante,meglio far crescere un bosco. Quello che ora c’è. La stessa cosa avveniva in quegli anni con la realizzazione dei Fori Imperiali nella Capitale. In quel 1937 io facevo gli studi ginnasiali al Seminario di Piedimonte, la città capoluogo; nell’estate io le vidi per la china della Serra Santa Croce, prima nuda, le piantine a dimora. Non compresi il danno.
Certo, però, essi, in quell’occasione irripetibile, avrebbero potuto salvare molti altri diversi reperti e molte altre cuspidi di lance o di giavellotti ricavati da legno di faggio -da un verso dell’Odissea- di cui il Matese è ricco.
Sono stato amico dell’uno e lo sono del figlio Dante, novantenne, che spesso visito, da anni immobilizzato tra la sedia e il letto, cieco, senza forze, lenta isolata parola. L’uno e l’altro sono, comunque, molto benemeriti della cultura locale.
Il mio discorso di presentazione, ad Alife, della ristampa anastatica di Riassunto Storico del Sannio Alifano dell’architetto G. Mennone, curata dall’Archeoclub d’Italia, non è estraneo all’argomento. Il Pennone, come memorialista, parla a volo d’uccello, ma il suo libro non è tutto da buttar via: vi sono notizie per ricerche e a Calvisi e a Carattano, non solamente. Egli sostiene che Calvisi sia la Callifae liviana, non esclusa del tutto neppure dal Salmon ( Il Sannio e i Sanniti, Einaudi, 1985, nota 25, p. 260). L’argomento non era estraneo all’archeologia, perciò pensai che non stava male insieme agli altri.
Strano a dirsi: in quel borgo di Calvisi, contiguo a S. Potito dove abito e di cui sono cittadino, pochi mesi or sono, accanto alla via per i monti e alla Chiesa di S. Mandato, durante un lavoro di scavo per isolarne la struttura basale, sono venute alla luce tre tombe sannitiche, subito, per fortuna, messe in sicurezza: le foto che ne ho fatto dalla rete, non ben leggibili, le allego.
Per una vita sono stato legato alla scuola. Solamente settantenne, libero da altri impegni, mi sono dedicato alla storia del mio borgo, dalla quale, ripeto, e per caso e per necessità e per buona fortuna mi sono trovato a percorrere un itinerario più lungo e vario, come accade a chi si interessa di storia locale, ma sempre attento a esplorare e a riesplorare il territorio dopo i cenni avuti, e a leggere e a rileggerne gli studi codificati in volumi dei tempi più lontani e di quelli recenti, da Lei citati in nota, tutti datati, però, in anni anteriori all’individuazione di quelle mura e del vicus a Montorfano, delle Torelle e delle Terme, da me esplorati nel maggio 2000 e nel marzo 2003.
Dalla stesura della monografia è’ stato un percorso ininterrotto di ricerche, anche sul monachesimo benedettino e cistercense, e di memoria e riflessioni su avvenimenti di storia contemporanea, sempre sul territorio, ma sollecitato.
Nel secondo volume di Sannio…dico che non era mia intenzione trattare l’argomento delle Terme di Ercole: sono diviso da esse da un muro che recinge miei terreno e abitazione, della quale, dico con Alain Elkann abito la storia, perché essa faceva parte del complesso termale con la vicina collina sacra delle Torelle.
Il manoscritto del Savastano, però, per quel che contiene, sarebbe stato errore ignorarlo: mi si imponeva di verificarne le notizie e di renderle note. Quel che pensavo ho fatto. Perché?
Al tempo della III edizione di Piedimonte Matese - l’opera più notevole di Dante - pregato della lettura delle bozze per eliminare qualche refuso, avevo riletto, con riserva, quanto di quel complesso termale ne aveva scritto, in contraddizione con quel che ne dice il padre Raffaele in Edifizi monumentali nella Regione: le terme di Ercole in S. Potito Sannitico, articolo sulla rivista L’Archivio, 1916, e nella monografia Memorie storiche di Piedimonte d’Alife, 1926; e con quel che ne vede in rovina tra la boscaglia e ne scrive Gianfrancesco Trutta in Dissertazioni istoriche delle antichità alifane, a. 1776, particolarmente nella II, pp. 19-28; egli ignora anche l’ultimo intervento di riuso fatto dal proprietario feudatario Nicola Gaetani nel 1722: sono l’unico a citarlo con l’epigrafe da lui dettata; leggo anche il digramma Ti su un frammento riportato nel testo del Trutta, come abbreviazione di Tiberius che precede Caesar, utile per la datazione; non tralascio i dati della la misurazione dell’area del complesso, cui andrebbero aggiunti quelli dell’area della collina le Torelle, riprodotta da aerofotogramma.
Alla letteratura, per lo studio delle ricerche sulle Terme, ho aggiunto sempre il sostare con ritorni sui luoghi, per riguardare e fare riprese fotografiche: la gran parte sono state uniche fino alla pubblicazione che ne ho fatto nel volume II, come quelle della forma, ossia della condottanella quale scorreva l’acqua termale e dell’ultimo frammento di mosaico ed anche di una fabbrica di pinci.
Di acque, San Potito, è territorio molto ricco, nient’affatto povero come dice Dante, anche per sostenere la sua tesi che le Terme erano solamente una villa, e come Antonio Mancini che tale e quale la pensa ma dal soggiorno, che vi fa, presso un alifano, Calpurnia, la moglie di Plinio il Giovane.
E poi, delle Terme, documento che le attesta, è l’iscrizione lapidea, di spessore tale che sarebbe poco adatta ad una villa vasta quanto si voglia. Ne riporto le misure frontali, non quelle dello spessore, murato, per la conservazione, nel chiostro di S. Domenico, a Piedimonte Matese.
Dopo le Terme, presento le citate tre costruzione sulla cima, sul fianco e ai piedi della collinetta, di cui due con il disegno delle piante, la basilica e un tempietto, non di quella supposta di Ercole sulla cima, ristrutturata a chiesetta cimiteriale, come pure la basilica. Esse danno il segno dei tempi storici remoti, se osservate, studiate e isolate, ossia come se non vi fossero le costruzioni incollate nel tempo medievale, le une e le altre in abbandono fino al tempo, datato, dell’utilizzo a cimitero municipale; il tempio di Ercole, nel 1789, a cimitero per famiglie benestanti, ossia piccolo cimitero monumentale.
E tale lettura mai fatta, neppure dal Savastano, è la vera novità delle mie ricerche e del giudizio complessivo che ne do, di area sacra e di incontro in solennità annuali anche, diremmo oggi, per fiere.
In una pagina isolata quasi in fondo al voluminoso quaderno di logica filosofia che contiene il manoscritto di G. Savastano, v’è una pagina con solo quattro righi -Collazione di oggetti antichi provenienti da scavi eseguiti sulle Torelle presso le Terme chiamate di Ercole- la quale mi era sfuggita: non segue l’elenco. Non scritto o ci sono pagine mancanti? Non si discerne. Ma c’è il Catalogo di M. Nassa, le Ricerche… di G. Conta Haller, ed esemplari di resti votivi che pubblico, alcuni estranei ad ogni catalogo, ma trovati pur essi alle Torelle.
Non meno interessante è il ricordo del tempio di Diana che ora è la cappella di San Michele, delle statue della dea rinvenute nel luogo, della sorgente termale e della persistenza della toponimo le Formose, ricordo che presenta analogie, limitatamente alla nomenclatura, a quelle molto note ed ammirate di Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua: tempio all’Arcangelo e forme per lo scorrimento delle acque sacre alla dea.
Le Terme, attualmente, sono oggetto di studio delle ricercatrici dottoresse G. Renda e G. Cera.
Io frattanto ho altro studio in corso su segni di tombe sannitiche (?) in una località matesina. Gliene invio delle riprese insieme a qualche altra delle mura megalitiche di Castello.
Le ricerche, ripeto, prima di pubblicarle, le ho studiate e ristudiate con coscienza; mi sono costate fatica e piacere ed anche reticente invidia e speciosi dubbi. Nelle cose che scrivo ci metto l’animo, ma mi faccio guidare dal senno, non dall’apparire. Ho scelto di collaborare ad arricchire la storia locale di cose vere, alcune molto a lungo ignorate o trascurate od oscurate.
Perplessità di quel che scrivo in Sannio Pentro Alifano, Volume II non ne ha avute l’ing. Flavio
Russo, che pure di tali studi s’interessa molto.
Caro Profesore, interrompo, ora, la conversazione con lei nella speranza e con l’augurio di riprenderla, perché gli studi di archeologia sono fascinosi ed hanno bisogno anche di scambio di opinioni per collegare studio a studio.
La prego di scusarmi se le ho scritto questa lunga lettera, essendo rimasto alquanto sorpreso dalle sue riserve e specialmente dallo scarno cenno agli argomenti, anche se non manca un indiretto invito alla lettura. Non giunge la sollecitazione all’approfondimento delle tematiche.
Ho qualche dimestichezza con le recensioni. Me ne interesso per la rivista Annuario dellaAssociazione Storica del Medio Volturno (fondata da Marrocco Raffaele nel 1915, rifondata dal figlio Dante nel 1965, io con lui cofondatore) conoscendone così la discrezione.
Le dico sinceramente che mi sarebbe di piacere se lei, in una passeggiata campana, deviasse dalle vie dell’arte -Pompei, Cuma…- per visitare l’Allifae osca e pentra, e i vichi, paghi e oppidi matesini, in area campana e molisana, per constatare devisu. Le sarei di compagnia nella contrada che abito.
Con sincerità e cordialità ogni più vivo saluto ed ancora auguri

Domenico Loffreda

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