|
Rivolgo anch’io un saluto vivo e sentito all’ospite avvocato poeta Luca Cedrola del quale facciamo gradita conoscenza e alla cortesia dei partecipanti a questo non frequente pomeriggio letterario, al quale mi sono sentito piacevolmente sollecitato, e non poco, dall’invito del nostro Presidente Pasqualino a introdurre la presentazione del raro tema, dedicato ad un poeta, Carlo Baudelaire, che non cessa di stupire e di essere argomento di attualità quanto mai viva, come ci dirà l’Avv. Luca, l’autore, che a modo suo, nel suo lavoro molto originale, efficace e suggestivo, in una prosa che è altra poesia, ne ha celebrato il compleanno, 9 aprile 1821. Egli, del poeta, rivive i pochi stravaganti anni, vissuti in un suo mondo, attratto da quello che anche lo circonda e nel quale s’inabissa, celebrandone i fiori del male. S’è lasciato da subito calamitare dall’attraente bellezza sensuale e sessuale della femminilità e il mondo allucinante della droga.
Di quella vita lascia molto più di una eco, il titolo equivoco, Les fleurs du mal, non ha bisogno di traduzione ed anche di messaggio altro, che fiorisce in versi e in memorie di suoi scritti postumi.
Il primo mio incontro con Charles Baudelaire, quando fui impegnato nella redazione della tesi di laurea su altro poeta, Guido Gozzano, di altra sensibilità espressiva, che vorrebbe nascondere nel verso - Io mi vergogno, sì, mi vergogno d’essere poeta-. L’uno non è estraneo all’altro però, per argomenti comuni, trattati con diversa voce ed animo, secondo anche le vicende del vissuto di ciascuno di loro.
Per l’occasione che mi si poneva, non per rinverdirmi la memoria. Baudelaire, il poetemaudis, non mi manca, nell’ultima ora della sera, di tanto in tanto, di compagnia, ma per rileggerne, là nella tesi, il cenno che ne facevo, dopo anni ed anni. Il testo della tesi dedicata al crepuscolarismo e al Gozzano, nella quale, agivo perplesso, c’era il primo ricordo con anche qualche appunto e annotazione sul poeta di oltralpe.
Ma, perché il tardivo incontro con quel poeta, in quegli anni lontani?
Nelle pagine delle antologie letterarie per il ginnasio superiore degli anni ‘930, come per censura, non c’era spazio per l’uno, il crepuscolare Gozzano, voce del decadentismo, neppure per l’altro, Baudelaire, la cui poesia, accentuando i caratteri di vita vissuta al di là dei limiti delle convenzioni di facciata, oggi diremmo borghesi, già nella seconda metà dell’ottocento ed oltre, ipocritamente, ma anche in punta di diritto dai tribunali, era stata, per diversi componimenti, più che espunta, condannata per immoralità. Anche a quei nostri di tempi, ripeto e sottolineo, per bando di tacita acquiescenza, ossia non per imposizione esplicita, era raro poter leggere brani di poesia decadente, non di quella del D’Annunzio, che nella contemporaneità del Piacere, romanzo decadente sulla scia di Madame Bovary di Flaubert, e di componimenti poetici, come La pioggianel pineto di simile ispirazione, non solamenteesaltava lo spirito guerresco, ma anche gli atteggiamenti del super individualismo nicchiano, ben conosciuto con il sintetico volontà di potenza,non proprio il bene assoluto.
Come da programmi scolastici della riforma gentiliana, quella che s’è fatta cadere pezzo dopo pezzo, soprattutto per i Licei classico e scientifico, gusci svuotati, dei quali restano solo i nomi -dove i piani di studio?- fino a mettere, come oggi, quasi in stato preagonico tutta la scuola, non meno quella universitaria, nella quale quando vi ha messo piedi il ministro dell’Università Fabio Mussi, pensando, senza forse, ai suoi studi alla Scuola Normale di Pisa, s’è lasciato andare all’espressione baudleriana, mi è sembrato di entrare in un bordello, allora, dicevo, le antologie, nella parte finale, prevedevano lo studio, con sufficiente buona informazione, anche delle letterature straniere europee, ma non di quella parte, ripeto, del decadentismo, che, a ben leggere e ad ascoltare, nella nostra contemporaneità ancora tesse non poca tela.
Di quel movimento letterario, tale denominato per scherno dalla critica accademica dei suoi tempi, compresa l’estetica formale, non in Baudelaire, quale il rifuggire dalle rime e dagli schematismi classici, se ne attribuisce e riconosce gran merito e paternità proprio a lui, in buona compagnia con Wild, Verlaine, Rimbaud, Pascoli, d’Annunzio, Fogazzaro, e non pochi altri: fenomeno letterario nato in Francia, diffuso dall’Europa all’America.
Sinteticamente il decadentismo aveva trovato il suo humus nel romanticismo, che esauriva la propria spinta alla spiritualità romantica, non estranea all’illuminismo, che guidava all’ansia di annullamento mistico della propria personalità nella poesia.
Spinta travolgente per il decadentismo è la novità della concezione unitaria di vita ed arte, che ha le radici nel subcosciente, al quale deve essere consentita ogni possibile espressione di vitalità, anche quella che può sembrare vicina all’abbrutimento e che può portare al turbamento del sé caratteriale e alla distruzione del sé fisico. Quel che di Baudelaire avvenne.
Mentre, nei salotti, ripeto, amori solamente accennati, anche di quelli, non si parla, ipocritamente, alla presenza di ragazzetti: Carlotta! Scendete in giardino: andate a giocare al volano!”(L’amica di nonna Speranza) ma desiderati, su ritmo d’una canzone:
o mio carino, tu mi piaci tanto,
siccome piace al mare una sirena…
La marchesa signorina, al poeta Guido:
“ E’ Maddalena inquieta che si tardi;
scendiamo è l’ora della cena!”- Guardi,
guardi il tramonto, là com’è di fuoco!...
Restiamo ancora un poco!” Andiamo è tardi!”
E l’Avvocato poeta Guido:
...a poco a poco s’annunciò la notte
sulla serenità canavesana…
…“Non sembra di sognare?”
Ma ti levasti su quasi ribelle
alla perplessità crepuscolare:
“ Scendiamo! E’ tardi. Possono pensare
Che noi si faccia cose poco belle…”
Ed egli, altrove, loda
l’amore delle cameriste
…
Ghermir mi piace l’agile fantesca,
che secretaria antica è fra noi due
Ella m’irride, si dibatte, implora,
…“ Ah! Che vergogna! Povera signora!
Ah! Povera signora!..” E s’abbandona ,
E celebra la strana voce parigina| che gli desta un senso buffo d’ovo e di gallina, la Cocotte, la cattiva signorina che lo baciò | con le pupille di tristezza piena.
E’ un saggio di poesia decadente, e di vita, ma dolce, ma vera, prima celata, ora svelata, che trova il suo rifugio nell’ora crepuscolare, l’ora della malinconia che t’invade e t’avvolge come in un velo di pensieri appena trasparenti e t’invita a guardare da una finestra o da un colle all’orizzonte rossastro che incupisce e non si porta via i pensieri che t’intristiscono.
Guido Gozzano compone il manifesto della sua visione del decadentismo in Totò Merumeni e in L’amica di nonna Speranza, i due componimenti ai quali ammiratori e critici danno il loro incondizionato apprezzamento, per il riconoscimento del mondo poetico nel quale spande il suo fondo esistenziale, che riflette e qualifica una condizione psicologica profondamente ancorata ad una situazione sociale, quella sua canavesana e torinese”( N.Tedesco), che però allora si evolveva con la nascita della grande industria.
Di quale e quanto diverso sia il verso gozzoniano da quello primo usato dal poeta francese è anche l’uso della parola antica greca Heautontimeroumenos che Terenzio Afro dà a una sua commedia e che Charles Baudelaire usa nella pienezza del suo significato, punitore di se stesso, mentre Guido lo cripta per sé, con ironia, in Totò Merumeni.
Ascoltiamolo Baudelaire come tratta se stesso, con quale rigore e sprezzo:
Ie te frapperai sans colère Ti colpirò senza collera
Et sans haine, come un bucher, né odio, come un beccaio,
come Moisè le rocher! Come Mosè la roccia!
Et je ferai de ta paupière Farò scaturire acque
Pour abreuver mon Sharah per abbeverare il mio Sahara
Jaillir les eaux de la souffrance. di dolore dalla tua palpebra
… …
Je suis la plaie e le cuteau! Sono la piaga e il coltello!
Je suis le soufflet et la joue Sono lo schiaffo e la guancia!
Je suis les membres e la roue Sono le membra e la ruota
Et la victime et la bourreau! La vittima e il carnefice!
Je suis de mon coeur le vampire Sono il vampiro del mio cuore
- un des ces grands abandonés Uno di quei grandi abbandonati,
Au rire éternel condamnés condannati al riso eterno
Et qui ne peuvent plus surire! che sorridere più non possono!
E’ drammatico il contrasto con il se stesso, con quel martellante je suis ripetuto quattro volte e la chiusa con l’autocondanna del volto al riso, ma senza ilarità, pena da inferno dantesco. E’ l’inferno che s’è creato subito con la sifilide e con la droga, ma, quando s’è smagato dal gioco anche se vincente una borsa di scudi, di baci libertini, di musica snervante e leziosa come il lontano grido del dolore umano, … tu ampia bottiglia di vino sei il suo paradiso, il suo rifugio, il suo penetrante balsamo per il cuore assetato del pio poeta;
tu gli versi la speranza, la gioventù, la vita
e l’orgoglio anche, quel tesoro da straccioni, sì,
ma che ci fa trionfanti e simili agli Dei!
Da Le vin du solitaire a quello des amants:
Sorella mia, culliamoci
all’ala del cerebrale vortice!
Nuotiamo a fianco a fianco
in un delirio parallelo!
Fuggiamo senza tregua né riposo
verso il paradiso dei miei sogni…
Altro il mondo del vissuto del Baudelaire, perciò, altro il vigore delle parole che gli vengono dettate da dentro, come in una rissa nella quale nulla si tace e tutto si svela, per dire fino al fondo dove giunge il male, che, per essere conosciuto pienamente, ha bisogno di essere percorso in ogni suo aspetto, e goduto e sofferto nella consapevolezza dello struggimento della propria persona. Quella consapevolezza ch’è tutta compresa e pienamente espressa nell’opera che titolo più pregnante non poteva esprimere per la contrapposizione e antitesi e contesa dei termini “fiori” e “male”e dei temi delle sue composizioni.
Ma non è tutto male in Baudelaire. C’è una doppiezza in lui, di male e bene, annotano i critici, come ad esempio nei componimenti dedicati alla morte degli amanti, dei poveri, degli artisti, non solamente. E poi è una poesia che gronda di cultura Così,diun vecchio vagabondo…il suo occhio stregato scopre una Capua, quella degli ozi che fece male ai soldati di Annibale,e di simbolismo, quello artistico pittorico che lui riconobbe, illustrò e portò in primo piano di ammirazione, iniziato da Paul Gauguin.
Ma non è un vespero di scuola di retorica. Non ne approfitto. Rispondo così anche ad una raccomandazione. Ma un ultimo mio pensiero. La fascinosa poesia del grande lirico a me sembra che non languisca, anzi la eco la sentiamo e la udiamo, in modi diversi, anche nella mala società dell’oggi, talvolta cantata in pubblici concerti.
Vita e poesia in Baudelaire coincidono. I suoi componimenti, non solamente, possono essere rivissuti con la lettura e rilettura come simili opere degli autori classici dell’antichità che, anch’esse, non muoiono mai, come ad esempio di Publio Ovidio L’ars amandi o amatoria, che lo esiliò a Costanza nel Ponto Eusino o Mar Nero, e di Petronio il Satyricon o La cena di Trimalcione. Letture e riletture sono sempre comunque preziose per conoscere un mondo altro da vivere o da rimuovere.
Les fleurs du mal nasce dopo tanti secoli, ma il linguaggio, la vita non mutano. Sono sicuro che questa mia presentazione un po’ particolare sarà subito più chiara e limpida con la parola delicata quanto la scrittura, a me di piacevole godimento, che ne sta per fare l’Avv. Luca. Augurio vivo al suo amore poetico letterario di cui ci farà dono, per conoscere meglio Charles Baudelaire, l’uomo desideroso di godere, che invece soffrì e s’accorciò la vita nell’orgia delle droghe e del vino.
Domenico Loffreda, A. S. M. V. Piedimonte Matese, 30 settembre 2006
Antonio Prete, I fiori di Baudelaire. L’Infinito nelle strade, Donzelli, pp. 178, euro 14, domenica 10 giugno 2007
E le braccia e le gambe e le cosce e le reni
-ch’eran lisce come olio, morbide come cigno-
Prendevano i miei occhi, tutti intenti, e sereni.
E intanto il ventre e i seni, frutti della mia vigna,
amorevoli più degli angeli del male,
mi turbavano l’anima ch’era tutta assopita,
la sbalzavano via dal cristallo regale
dove lei solitaria se ne stava sola e quieta. |