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Memoria

 
……Un settennio nel Venerabile Seminario Alifano, complesso unico con questo solare tempio mariano, dal 1930 al 1937, dalla quarta elementare all’esame di stato di ammissione al liceo classico di Aversa e di maturità classica al Liceo di Caserta, due anni dopo, nel 1939.
Lui, Mons. Vescovo Luigi, nuovo presule della Diocesi, io, non più visibile d’un mallo di noce, così come mi vedo nella prima fotografia di gruppo, al termine del primo anno di studi. La fotografia è nel cortile alberato ad aranci e mandarini con la fontana a zampillo. Il Vescovo è in atteggiamento tutto compreso del suo ruolo, tutt’intorno i parroci delle due parrocchie, i professori, i seminaristi, tanti per quei tempi, nei quali anche stare al Seminario era peso familiare gravoso.
Sono i ricordi sempre vivi di quegli anni fondamentali d’una formazione culturale mai rimossa e d’un comportamento, i quali comunque t’accompagnano per tutta la vita, in positivo e in negativo, che mi hanno spinto a fare, come si suole dire, la faccia tosta di chiedere di poter portare come mio personale omaggio al Vescovo, che subito conobbi e sentii nel carisma che sempre lo caratterizzò, carisma che, anche chi non lo ha conosciuto, ha udito sintetizzare nell’espressione a Lui convenientissima:- Sì, il Vescovo Buono.-
Sette anni sono stato ad ammirarlo, a sentirlo affettuosamente paterno. Godevo di essere scelto, quasi sempre, forse perché un po’ più ordinato, ad essere parte servente dei riti pontificali, alla cattedrale o nelle chiese cittadine, di quelli di funzioni rappresentative e di quelle delle opere spirituali, come la messa, di tanto in tanto, per i reclusi nel carcere mandamentale. In tutte, quella del Vescovo, sempre la solita compostezza umile, dignitosa e serena, sentita e vissuta, di rappresentare, in ogni occasione, anche quando, a piedi, dal Seminario si recava al palazzo vescovile per visite programmate, mostrava visivamente, il sacro della missione alla quale era stato chiamato. Ai presenti alla cerimonia solenne o alla messa quotidiana, egli faceva sentire la stessa sacralità, anche con il suo eloquio discorsivo semplice, chiaro, breve e, perciò efficace.
Nella mente e nel cuore, come scrigni, si sono sedimentati i ricordi dei quegli anni nei quali il Vescovo Luigi ha anche realizzato la parte del bello artistico nelle chiese collegiali e parrocchiali, così come continuiamo a vedere ed ammirare anche in questa volta portata a splendore d’arte da Gaetano Bocchetti, pittore insigne e molto proficuo: nei riquadri delle chiese locali dove ha operato vi sono anche molti volti e forme di personaggi espressivi allora viventi, come quello del professore Vitale, nelle sembianze di S. Lorenzo e d’un fabbro barbuto e di giovanette dal volto bello e sereno. La solennità delle riaperture delle chiese al culto era gran festa. Lui non insuperbiva.
Gli erano altrettanto care le cure e le attenzioni alla formazione dei seminaristi, ai quali ogni settimana commentava una pagina della Imitazione di Cristo, e, nel mese mariano, volle che ogni sera, ognuno di noi, leggesse uno pensiero sulla Madonna. Assicurava la sua presenza, una parola di commento suo e un grazie. Quella sera, il mio racconto, della apparizione della Madonna di Lourdes. Al termine, inatteso, un abbraccio e un bacio sulla testa. Tanto, forse, gliene piacque la partecipazione e la spettacolarizzazione del vento che precedeva l’evento miracoloso. Ecco anche perché ho chiesto di essere presente. Una testimonianza che ho voluto vivificare, ora che ancora posso. Dopo oltre settant’anni.
E il ricordo delle due messe servitegli nel carcere annesso alla vecchia pretura. Una realtà che mi intimoriva e mi rattristava: quel rumore di feri e di chiavi per l’apertura e la chiusura della serie di cancelli fino alla cappella ricavata in un vano.
Silenziosa, quasi muta, la partecipazione dei carcerati all’impiedi, sguardo triste al Vescovo, ascolto delle parole di conforto, di fede, di speranza fino al saluto col bacio dell’anello.
E quel giorno infrasettimanale che non andai con i compagni a lezione, ma in macchina con un altro compagno ed il Vescovo, fino alla bella artistica chiesa delle Benedettine - opera del molto noto architetto Cosimo Fanzago, 1593-1678-, scelta per la celebrazione della messa alla quale avrebbe assistito il Principe Umberto di Savoia, presente sul Matese per le grandi manovre di reggimenti dell’esercito.
Già autorità militari e civili ai posti assegnati. Alle grate, le suore dalle dolci voci, per i sacri canti. Dopo pochi minuti, in uniforme di campo, il Principe, in cornu evangelii. Su quel lato ero anch’io. Altra emozione. Dal carcere al trono. Fatti che ti segnano, nell’adolescenza. Sono lezioni di vita e di storia, che ho già annotata nella libro scritto per il quarto centenario della costruzione della chiesa parrocchiale di S. Gregorio -1596- nella quale fui battezzato, al centro del paese, con all’altezza della semicupola, altra non più capace di contenere i fedeli, perciò ridotta a metà, già costruita dai Cistercensi negli anni Milleduecentoventicinque, a ru tore, in documenti: un privilegio dell’Imperatore Federico II, 1222 e un atto di Gregorio IX, 1227 sui quali mi trattengo nella monografia …et ecclesia Sancti Gregorii in Matese, 1994, al Capitolo V.La metà chiesa cistercense conserva ancora decorazioni pittoriche sulle pareti e, in una edicola murale che poggia sulla roccia, un artistico centenario affresco di S. Michele .
Ho accennato alle cure ansiose del Vescovo per la formazione dei seminaristi: voleva essere il suo vivaio di sacerdoti. Dico e confermo di non avere mai udito dire dai compagni una sola parola di insofferenza sull’attenzione ch’egli ci prestava. Eppure…Certamente per lui, le nostre rinunce, una dopo l’altra, dopo anni di percorso per una meta scelta ed attesa soprattutto dal Vescovo e dai familiari, sono stati strali ed amarezza, per gli uni e per gli altri, soprattutto per Lui, che si sa, per taluno, ci metteva del suo a pagare la retta mensile.
Da Lui, quando ci si rincontrava, mai un rimprovero, mai un risentimento, neppure un accenno: semmai, un altro aiuto, se ne venisse richiesto. Questo, sì.
Ma, non per una giustificazione, dopo tant’anni, per me e i compagni. Dipendono solamente e proprio da noi i percorsi della vita? Non mi ha mai del tutto convinto l’aforisma Quisque faber fortunae suae, ma se sovviene anche il caso o la necessità o la sorte, e quel faber.
Certamente nostri, solamente nostri, sono i ricordi, le emozioni vissute, gli errori e gli inciampi nei quali, consapevoli o inconsapevoli siamo incorsi, le soddisfazioni, sempre poche, i sogni sempre tanti.
Di quel che sono stato e sono, so che ne sono debitore molto anche a Lui, che sento, qui, con noi e con il presule S. E. Pietro Farina tra noi, di tant’altro ai docenti e specialmente ai dotti professori don Giacomo Vitale e don Michele Di Muccio, col quale, in questi momenti, sento quel che egli scrive sul marmo che ne copre le spoglie: “Pastore Buono, deciso nelle scelte, sensibilissimo alla vita religiosa dei fedeli ed anche a quella quotidiana delle sofferenze fisiche e morali ed economiche”.

Spiritus nobis Caelitus
Tutelaris Angelus sempre adest.

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