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L’uomo che cammina con un biscotto in tasca di Roberto Perrotti

 
Luluccio

Nel libro di memorie1 del tempo degli studi ginnasiali nel benemerito Seminario Alifano alla Vallata, già via Elci, ora via Luigi Noviello vescovo, il primo della diocesi conosciuto, introducendo, parlo di lui, per l’indiretta ed esemplare formazione da lui ricevuta durante le visite - io lo seguivo a servir messa - le quali egli faceva ai reclusi nel carcere mandamentale della città, ai monasteri cittadini, a palazzo ducale, alle parrocchie per le cerimonie pontificali, alla cattedrale in quelle pasquali; seguono le essenziale biografie dei due professori Giacomo Vitale e Michele Di Muccio, e, con uguale animo, il racconto del debito culturale loro dovuto trasmesso a generazioni di giovani, e a me tra quelli.
Di Giacomo Vitale, come per una lapide marmorea o bronzea, tutto in tre righe, poi sviluppate:
uomo, prete, maestro;
cultura e passione;
parola: veicolo e strumento nobile per comunicare, commuovere e convincere.
Se non fosse stato per la sua docenza fatta di letture e commento, quale insegnamento a saper leggere per buon frutto, il quale mi ha imposto lettura e rilettura del breve saggio di scrittura che il caro Roberto dedica a l’uomo che cammina con un biscotto nella tasca, confesso che avrei commesso un peccato di omissione. Eppure, la Postfazione, al suo posto già da tempo, aveva avuto il mio imprimatur per le letture che ne avevo fatto: una estemporanea qualche mese dopo la prima stampa del 2001, senza altro scopo oltre quello del piacere di conoscere il lavoro di Roberto, nuovo saggista, figlio del molto caro Alfredo, testimone al mio matrimonio; di un’altra, rapida, per l’impegno promesso dell’ Introduzione a La trilogia dei capperi; dell’altra per la Postfazione. Pensavo di averne assimilato forma e contenuto, sufficienti a illustrarne, per questo incontro, le qualità del lavoro, e a suggerire di come rivivere, la personalità di quell’uomo che seppe legare a sé molti giovani, e tra loro, Roberto, che, con scrittura stringata e succinta a lui congeniale, di Luluccio, nella casa e fuori, ha saputo cogliere e fissare, momenti di vita non solamente suoi, ma anche della città. Dopo le riletture posso assicurarvi che l’uomo che cammina… non è solo un racconto breve, limitato al protagonista. Esso ha pure segni forti della trama recente della storia della comunità cittadina.
E questo, a mio parere, è il frutto della mia quarta lettura. Spero che possiate voi scoprirvi altre gioie, nel senso di piacere e di gioielli da ammirare e conservare nella memoria.
Poco vale un libro fatto che non rifà la gente, dico parafrasando Giuseppe Giusti, con l’intesa che rifare è anche il godimento che ciascuno di noi può e sa dare alla mente e al cuore, rigirando pagine d’autore non mute e ripensandole nel momento in cui egli le riempiva di propri pensieri e osservazioni, per essere trasmessi, e non già giacervi inerti.
Nel 2001 le pagine dell’uomo che cammina sono, per te, Carlo, in questi volumetti festosi raccolti in un pacco enorme poggiato al lato del tuo piatto, ma proprio tanti, per la ricorrenza di S. Carlo, che vogliamo festeggiare con te, io e gli amici, ricorda l’autore.
Dopo la brillante dizione del migliore lettore, Luluccio:- Ma come fate a sapere tante cose?- La risposta sentenziosa, proverbiale, anzi sapienzale, di Roberto:- Chi vuol bene, sa.- Eccolo il gioiello: sentenzioso e didascalico o, con detto più noto, breve, succinto e compendioso.
E poi, altro simile:- Cinque anni scavano quanto un secolo- se vissuti intensamente. Ed ancora: “Io e gli amici, quei giorni”, continua Roberto, “eravamo certi di essere vivi”.
Nel 2006, nella premessa I vriccilli, Roberto ha fatto considerazioni che lacerano dentro, fastidiose, così come fanno quei minuscoli sassolini, che quando si vanno a porre nelle scarpe, anche un po’ strette, incitano alla ribellione:- Ancora un giro, non ci torno più a vederti intubato, ho disfatto anni di parole perché una persona come te conciata fra i guanciali non la smetteva di sotterrarsi-.
Le trancianti parole di Roberto sono il frutto maturo che egli sa cogliere con la sua sensibilità più unica che rara, e che, con naturalezza, sa porre al posto giusto con la buona capacità di scrivere più per sintesi che per narrazione.
E il biscotto che c’entra? Lo eliminiamo?
Il personaggio non avrebbe più senso. Esso, per Roberto, è come Il cappotto per Gogol. È simbolico. Ed è anche proprio come la pistola per il poliziotto e il casco per il minatore. L’uno e l’altro, se privi, perderebbero la propria individualità. Il biscotto lo è per chi ancora non compare. Che può valere? Un tic alimentare o un amuleto commestibile,…la scaramanzia fatta tarallo.
E’ una sequela di parole molto sole, esclusive, simboliche. Il biscotto è solo per lui che non è denutrito e la cui casa non può dirsi quella dei digiuni. Comunque Carlo di casa non esce senza l’àncora di acqua e farina.
Ecco quanta ricchezza di immagini di oggetti di luoghi di pensieri, ma senza il soggetto. Sono brevi righe, come se fossero il proscenio d’un teatro, poste là ad attendere l’entrata dell’attore protagonista, che sembra tardi a venire. Alla buonora. Tutti i giorni, il tempo lo sceglie lui, da casa, per la piazza, all’entrata del forno. Eccolo. Qui, siede come un sindaco in poltrona dietro la scrivania, al lato della bandiera. Si sente autorevole pei tanti luoghi della sua memoria, come il Pizzaiolo. Nel nome, la storia: dopo l’otto settembre. Carlo, da marinaio a Bari, è tornato a tempo per vendere pizze agli Americani che ne sono ghiotti e sono buona fonte di guadagno. Tutti lo cercano.
Ed eccolo Carlo, il Pizzaiolo, ma che si finisce per chiamarlo Luluccio, per strade impervie. Mediterranea musicalità che esprime il suono della risacca.
E siamo lontani dal mare, più presso ai piedi di coste di monti uliveti mareggianti al vento, dalle cui vette ammiriamo quel mare col Vesuvio.
Quando, anno dopo anno, ha modo di presentarsi, non trascura quell’appellativo, anzi declama con nobile enfasi il suo doppio nome come un vicerè di Spagna che elenca i ricchi possedimenti.
E nel nome, l’anima poetica. Si parte da Carlo, per passare a Carluccio ed arrivare a Luluccio. E i sui giovani completano il ritmo: Lulù, Lulù Lulù chesta è ‘a casa del buon Gesù , se magna se beve e nun ce ne jammo cchiù .
E la compagnia di giovani non lo lascia più solo.
Di quel che dovrebbero fare gli storici paesani e le noiose associazioni di cultura- anche questa che ci ospita e sentiamo nostra?- se ne fanno carico essi, i giovani, di parlare di Carlo, di Luluccio, del Pizzaiolo, di Lulù, convinti che quei tanti nomi ben designano una sola persona, che sola non è.
Al primo incontro col nerboruto cinquantenne si poteva giocare a braccio di ferro, con lui che sapeva di vento di montagna e di legna bruciata nel forno.
Sono questi passi, queste annotazioni dell’autore, che impreziosiscono il volumetto. È bello coglierne fior da fiore. Come l’autoironia.
A braccio di ferro ci lasciava vincere e ci raccomandava di mangiare così da diventare forti come lui. Abbiamo seguito il suo consiglio ed adesso siamo un po’ tutti in soprappeso, cosìcome lui si era ridotto ad essere con la pancia ridondante..
E quali sono gli umori di Luluccio con quel sorriso da cacciatore e con quei suoi occhi azzurri di puma, di lui che da tre quarti di secolo si aggira nella valle ?
Convive e parla con circospezione, con ironia, con divertimento, senz’altro con serietà. Luluccio sa pure essere spietato. Il suo ragionamento…si presenta articolato, possibilista, poi d’improvviso, come un dardo scagliato dal cielo, il verdetto investe l’interlocutore. L’impatto è così forte che egli stesso sorregge il malcapitato e lo invita a sedersi. Una battuta di spirito stempera il clima, ma la sua verità è detta sempre ad alta voce.
Ma le pagine non sono proprio tutte solamente di e per Luluccio.
Una pausa, ed è storia vera, quella che a me piace di memorizzare. Non tolgo nulla alla brava lettrice in attesa, che freme. Si comprenderà meglio l’intermezzo.
Invece di parlare di Luluccio, dice il suo portavoce, potremmo intrattenerci sui nobili scienziati della valle che con faccia di bronzo promettono di dar lustro a questo luogo, ma di questa gente non ce ne frega niente.
Senza forse, si fa riferimento a quegli anni cinquanta e sessanta nei quali non ci si seppe rivoltare abbastanza (promosse incontri e, per quel che poteva, anche discorsi di proteste, solamente il Conte Guglielmo Gaetani) quando ci si portò via tutta l’acqua del Torano, fonte di energia naturale alternativa, diremmo oggi che, anche solo per un terzo, avrebbe potuto contribuire a ripristinare, almeno in parte, lo stabilimento tessile, a riattivare cartiera, mulini, botteghe artigianali, fatti terra bruciata dai Tedeschi nell’ottobre 943. Si cedette invece a promesse da marinai. Chiedo scusa:-Ho sbagliato;dovevo dire: - a promesse false di interessi di politici locali e d’un Presidente del Consiglio dei Ministri, Fanfani, l’unico di tale carica mai venuto a Piedimonte, che ci regalò, tra l’altro, altri senatori esterni al territorio, e anticipò così la morte di Giovanni Caso.-
Un giudizio duro, vero, di chi non teme di dire il vero, l’autore, che io ho esplicitato. Piedimonte, una cittadina industriale, artigianale, commerciale agricola, e. culturale, è diventata prevalentemente bottegaiola. E’ risorsa occupazionale solo l’ospedale, non produttivo di beni, oltre le cure benvenute.
L’autore con Luluccio:- Le persone che volevano davvero il bene della città sono morte quando eravamo adolescenti o sono passate da queste parti e sono andate via. Questo luogo non sa trattenere le persone belle. Certo si riproducono duchi e principi ma di questi non sappiamo cosa farne; a noi interessano coloro che nell’attraversare la strada trasmettono il senso dell’esistenza, il desiderio di un fraterno abbraccio, la dignità di un’esistenza celata, la voglia di brindare alla faccia di questo sfottuto destino che non la smette di rompere.
Scrive Roberto che di queste persone trent’anni fa…ne conoscemmo una, che non è un santino o santone. Quand’è con gli amici, è felice.
-Felino curioso ed affamato, se solo annusa la cerchia, s’avvicina per intercettarla. Vi entra bene accolto. Solo qualcuno va via, non è mica simpatico a tutti. Agli altri il suo progetto: sedere a tavola, a casa sua, per provare quella bottiglia. E là, mangia con nobiltà, con sacralità, nessuno saprebbe attendere in religioso silenzio che inizino le celebrazioni nella sala da pranzo.
A tavola è un direttore d’orchestra. La quale fa quel che può per seguire la musica e la sua mimica. Luluccio dirige guardando nel viso d’ognuno, perché egli sa leggere nel loro animo con la sua rude tenerezza
Un bell’ossimoro, il contrasto tra i significati delle due parole. Gli viene naturale all’autore, conoscendo bene Luluccio, persona speciale, che accoglie nella sua orchestra anche chi ignora la musica.
La casa di Luluccio, nel centro antico, è l’antico ospizio francescano, che con lui si trasforma in sede di convegni amichevoli, con il saper stare insieme anche con il saluto che i frati si scambiavano di pax et bonum.
E la moglie, padrona di casa? Proprio padrona? Chiede che cosa succede, per farsi viva. Sorpresa non è. Felicemente rassegnata. Altro felice ossimoro. Figura centrale per le feste. Luluccio le improvvisa ed essa deve sbrogliarsela con sopportazione francescana.
Un rebus, per lei, di Roberto. Non ci sarebbe motivo di parlare di Luluccio se lei non lo avesse sposato per tre volte in cinquanant’anni.
E Luluccio, non si faceva pregare nell’età del lavoro. Tacitiano, Roberto, dice tutto di lui in poche righe. In quel periodo Luluccio ha bucato montagne, eretto case e ponti, distrutto mura, acquistato interi conventi, per riattarli e riempire le sue cantine con damigiane di vino rosso e bianco. Il Pizzaiolo in quegli anni ha lavorato come una bestia ed oggi dice che a quel tempo con la fatica ci faceva l’amore.
In tempo di guerra a Bari, invece faceva, per l’arte sua nota, il marinaio di cucina che è capace quel giorno, così racconta, di consumare la propria razione ed altre sei di colleghi in servizio fino a ficcarsi nello stomaco altri sei frutti sei pani e sei vini, restituendo i vassoi ripuliti all’incredulo cuciniere.
Brillo e satollo lo trovarono i colleghi al ritorno; frattanto qualcosa nello stesso tempo è aggredita da inumani acidi gastrici nello stomaco di una sola persona.
Alla storiella dello stomaco, segue quella della guerra ai topi. Era tempo di guerra quello, e a lui non dispiaceva di inseguire i topi nella caserma e di fare là il cuoco e non su una nave, che un siluro poteva fare inghiottire dai flutti e adagiare per sempre sul profondo fondo marino con i marinai cibo per pesci.
Ognuno vede quanto e come Luluccio sia il protagonista degno di racconto che si racconta e racconta, e che perciò, sul suo cammino ha incontrato Roberto che lo ha ascoltato e memorizzato con l’arte d’una scrittura tutta brevitas e sentenziosa, efficace quant’altra mai. L’autore è naturalmente portato a cogliere l’essenziale e a fissarlo in parole che sembrano poi dilatarsi in chi le legge. Egli sente il bisogno di scrivere non di descrivere.
L’originalità di Luluccio, l’uomo del biscotto, è quella della sua irripetibilità. A lui sta bene il volumetto di 19 capitoletti, tutto e solo suo.
Degli ultimi quattro, fior da fiore, senza commento:
La serie delle memorie alla fine della vita.
A settantacinque anni Luluccio ha più amici che anni.- Conserva una purezza primitiva, un semplicità antica.- Le strade ed anche gli angoli della sua vita sanno di luminosità della valle, di vino conservato senza additivi, di formaggi appesi per anni nella cantina, di Bohème, di Traviata e di Turandot ascoltate da scanni improvvisati nelle notti di S. Marcellino…- E poi quei duetti canori con la moglie. Lei lo guarda teneramente. Lui ad occhi chiusi immagina che i cinquanta non siano passati e che ce ne saranno altrettanti per mangiare bere e cantare. - Quando soffre lo fa con dignità - gli occhi gonfi mostrano la rabbia per la sua impotenza,- ma porca miseria, la vita ti pone la questione di profilo, ti lascia avanzare per poi ingannarti, ti confonde in un gioco di scatole cinesi. E’ per questo che il combattente si ferma e affacciato a quella finestra riflette su come la vita sia fatto a ca…- …esplode l’irrefrenabile impulso di prendere a calci questo mondo dove le porcherie vengono contrabbandate per modernità
Osserviamo la politica di regresso di questi anni e, di questi nostri giorni, perché siamo nelle mani di molti politici ricattatori, solamente interessati a interessi personali, non della gente, che soffre e ha bisogno di aiuto e difesa e di diritti, nella società violenta nella quale oggi viviamo.
Ringrazio Roberto di averci fatto dono di un piccolo libro di forte respiro, nel quale indaga nella mente, nell’anima e nella vita quotidiana d’un uomo, a cui non piaceva di vivere solo, esemplare, a suo modo, della società. Il piccolo libro, per la trama che vi si svolge, ripeto, potrebbe divenire un racconto lungo di tanti capitoli quanti sono i capitoletti, ricchi di analisi brevi e fulminanti, pronti a svilupparsi anche a storia-memoria della città. Ne hai di tempo e di capacità, Roberto. La tua professione ti può essere di grande ispirazione.
A te Roberto, l’esortazione augurale, con tanta amicizia e lode.


Domenico Loffreda
Presentazione 11 O3 07 alla Sala Minerva della A.S.M.V. di Piedimonte Matese
 
1 domenico loffreda, Luigi Noviello Vescovo, Giacomo Vitale Michele Di Muccio sacerdoti professori Memoria digni, A.S.M.V. Editrice, Piedimonte Matese, 2004

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