Audentes/fortes fortuna iuvat. Virgilio Cicerone
Per il 29 ott. 05. relazione a 79 d.C. rotta su Pompei- indagine su scomparsa di un ammiraglio
Solamente perché aveva avuto modo di familiarizzare con le armi, per servizio di leva scelto e prestato nell’Arma dei Carabinieri, pensai che l’amico avv. Gian Luigi sarebbe stato un valente relatore dell’interessante lavoro del molto noto storico, nostro ospite ing. Flavio Russo, libro non l’ultimo della serie che non s’arresta, dedicato all’artiglieria delle legioni romane, armi note nei nomi, molto meno nella costruzione, nell’uso e nei segni lasciati su bastioni assaltati.
Dall’avv. Gian Luigi noi abbiamo avuto modo di ascoltare il suo giudizio e soprattutto di apprendere quel che di intelligenza tecnico-militare, di organizzazione, di razionalità, il volume contiene, tale che dà modo di comprendere la complessa organizzazione delle legioni e l’esito delle battaglie, sui libri conosciute prevalentemente solo con il nome dei luoghi.
Grazie Ingegnere, grazie Avvocato.
Non taccio, ora, che in autonomia, da subito, proposi di leggere prima per me, poi per relazionarne, come posso, a Voi, accorsi, curiosi e interessati, il numero monografico della rivista della Marina Militare in relazione all’argomento che m’aveva attratto - 79 d. C. rotta su Pompei – indagine sulla scomparsa di un ammiraglio. Perché il racconto è storicamente esemplare per se stesso e noto universalmente : non penso che ci sia in questa sala chi non sia ancora andato a visitare gli scavi di Pompei, così nella vulgata, dopo o prima d’essere passato per la Basilica Mariana nella città nuova, ma alcuno, compreso me fino al momento della lettura dettagliata dell’argomento.
Certo non poteva trattarsi di uno studio di carattere turistico né frutto di sole letture, anche se attente e scrupolose, di quelle di pagine dei contemporanei di quegli eventi, I sec. d. C., né di quelle, dopo secoli, scritte con osservazioni sui rinvenimenti e sui reperti, ma con la limitata cultura e interesse dei tempi, e, molto più spesso, anche, con gli occhi e la mente volti al proprio se stesso ed ambito.
Lo studio non poteva non essere, com’è, frutto di attenzione, scrupolo, osservazione diretta del reperto e del sito, con l’uso sopra tutto anche delle contemporanee acquisizioni storico-scientifiche oltre che della predilezione e passione volte a quegli studi, per i quali l’ingegnere Flavio usa la propria professionalità, arricchendo però quella che si riteneva giustamente e in un certo senso limitata, propria dell’archeologo proveniente dagli studi universitari dell’ordine classico, soprattutto per la conoscenza che ha, o che aveva, delle lingue latina e greca, cui si aggiungevano gli studi tutti intesi al mondo classico, dalla storia, alla filosofia, alla linguistica-glottologica, nonché alla archeologia per se stessa, esame non semplice, di cui il prof. Mustilli chiedeva molto accurata preparazione.
Lo storico Flavio con il figlio Ferruccio usano la scienza ingegneristica e quella storico militare, per dare ai loro studi, un taglio diverso dal semplice racconto archeologico, perché le scienze divengono strumento d’indagine acuto e pertinente. L’archeologia se ne giova enormemente e la storia si arricchisce di nuove letture e di più precise individuazioni e collocazioni, prive come erano e restano, spesso, di più determinate e determinanti conoscenze suggerite da culture collaterali, altrimenti escluse.
Il primo studio dell’ing. Flavio Dai Sanniti all’Esercito italiano La regione fortificata del Matese, molto preciso dotto e bello anche tipograficamente, da me letto con vivo interesse, mi fu utile al riconoscimento immediato del parco di mura poligonali a sud dell’abitato di Castello del Matese, dove l’amico Peppino mi aveva condotto ad indagare.
La lettura di libri di archeologia di tal fatta ampliano lo spettro di conoscenze tali che si comprende che si possono commettere errori devianti, privi di esse, quali ad esempio le nozioni sullo allestimento d’una legione per fatto d’arme, la verifica e la scelta dell’itinerario, la sede dell’accampamento o delle difese e, ancora, quale uso fare delle comunicazioni ed anche di studi di scienze naturali, come fece Plinio il Vecchio fini al sacrificio di sé.
Con questa post-lettura, confermo che vivamente mi attrassero la rivista intestata al 79 d. C. Rotta su Pompei- Indagine sulla scomparsa di un ammiraglio e quelle pagine tutte concentrate al pomeriggio del 24 agosto e del successivo giorno 25 del 79 d. C., date culmini del tragico evento, fascinante per se stesso da sempre e per il desiderio di presentarle, perché ignote.
Quell’evento per me si legava ai giorni tanto lontani nei quali, con un collega che non è più, prof. Nicola De Santis, insieme preparavamo, per le vie di Pompei dissepolta, o seduti sulla gradinata della cavea del teatro, con sosta nella casa dei Vetti, l’esame di Antichità pompeiane ed ercolanensi,
Ora, l’attenta, intelligente, storica e tecnico-scientifica nuovissima indagine e la lineare e limpida esposizione, con linguaggio ben dosato e ricco di terminologie appropriate, quali quello nautico così ricco e noto solo ai marinai, via via mi coinvolgeva e mi faceva sostare solo per il tempo di consultare il dizionario: la proprietà del linguaggio arricchisce l’espressione, bene traduce il pensiero e diviene stile.
Già alle prime pagine leggevo come quel nostro studio di preparazione all’esame veniva privato proprio d’una conoscenza sul fenomeno naturale e sulle conseguenze del mutamento dell’ambiente a seguito dell’eruzione e del capitolo sulla rotta verso Pompei della flotta pretoria ancorata a Capo Misero, al comando dell’ammiraglio Gaio Plinio Cecilio Secondo, per studio d’osservazione diretta del fenomeno e per opera di soccorso.
Alla lettura quasi senza soste avvertivo l’afflato attento, intelligente, storico e tecnico scientifico dei compilatori che mi avvinceva.
Pagina dopo pagina avvertivo, ripeto, che quel vuoto culturale mi veniva colmato dalla appassionata storia della immane tragedia di poco meno di due secoli fa, narrata a quattro mani, su sensibilissima tastiera, fatta di cultura archeologia e di scienze, che squarciano e cielo e mare e terre oscurati dalla fitta pioggia di cenere sia per la montagna vesuviana sia per le spiagge, mista a lapilli di fuoco a flagellare le folle dei superstiti.
Prima indagine.
Di Plinio il Giovane, - per i luoghi dove viviamo, prima un inciso: cinque tra le sue lettere familiari, sono dirette a un alifano, certo Ponzio, non noto, nella cui villa, non dice dove, si recava ospite per villeggiatura l’amata moglie Calpurnia – ora l’interrogativo: è del tutto attendibile il resoconto che fa a Publio Cornelio Tacito, lo storico eccellente, nelle due molto note epistole dell’intervento della flotta guidata dallo zio, senza accennarne al ritorno? E’ riuscita l’operazione di soccorso? E quale la fine dello scienziato ed Ammiraglio?
Ma prima ancora: dov’è l’ ancoraggio della flotta? E dove il pretore Plinio?
La descrizione dei luoghi del porto, alla sola lettura, me ne ha dato migliore conoscenza di quella che pensavo di avere, dopo non poche visite alla zona flegrea, meta soprattutto Cuma con il tempio d’Apollo costruito dal mitico Dedalo, dopo il volo da Creta insieme al figlio Icaro, precipitato nel mare greco, e alla grotta della Sibilla.
Sta la flotta nella penisola di Miseno, là per i lavori fatti eseguire da Agrippa - l’ideatore anche del Pantheon dall’immensa cupola - con il congiungimento dei laghi di Lucrino e d’ Averno, e del lago di Miseno messo in comunicazione col mare e delle vie aperte per il territorio utilizzato sul quale distribuiti cantieri e magazzini, e della Piscina mirabilis, di 12.000 metri cubi d’acqua ad uso della flotta; penisola, quella di Miseno, diventata porto sicuro, il Portus Iulius, per flotta numerosa, la Classis Pretoria e Stato nello Stato, per l’autonomia di gestione.
A Capo Miseno, sulla parete falesia a picco sul mare, si leva il faro, spessore di base capace di sorreggere tre misure d’altezza di m. 40, fino alla lanterna, svettante, capace di dare e captare messaggi, con funzione di specola, di torre di controllo, di segnalazioni dello e all’ ammiragliato, come quello ricevuto da Rectina, che muove l’ammiraglio Plinio alla volta di Pompei e di Stabia, non con una la liburnia, ma con tutta la flotta.
E qui, le scienze per spiegare le comunicazioni da torre a torre, da mare e da terra, che sono più diffuse di quanto s’immagini: da Capo Miseno anche a Roma i messaggi erano rapidi, facendo capo alla torre faro di Capri, da dove al monte di Giove Anxur di Terracina, da cui a Roma, mediante segnali luminosi e fumi; ci si serviva anche di carri veloci, di staffette di giovani. Tiberio che soggiorna a Capri, si mantiene così in costante contatto con Roma.
Tutto un logico ragionato studio sul territorio di una realizzazione ingegneristica e non su una presunta, la quale dà la stura alla più completa comprensione del fenomeno, relativamente a quei due giorni, non improvviso, ma annunciato da diffusi movimenti sismici e, solo al culmine, dalla nube che copre e cielo e mare; presso la montagna vesuviana la nube infuocata e soffocante che presto è mortale per l’Ammiraglio e i tanti là raccolti in attesa…di morte, senza difesa, per lento inavvertibile soffocamento.
Quella nube, prima apertasi ad ombrello nel cielo poi a forma di pino, fu battezzata da quei giorni pino pliniano, visto, non solo da me, da San Gregorio, per l’ultima volta nella primavera del 1944, dopo l’eruzione di fiamme e cenere: prima, per molt’anni, ai pastori e ai contadini della nostra montagna, la mattina, era premonizione del tempo che avrebbe fatto, specola all’orizzonte qual era della rosa dei venti.
Questa una parte della storia ignorata, che l’inchiesta ci illustra ed illumina in limpida prosa. Quei luoghi che significavano per noi solamente tanta poesia epica virgiliana, come quella del VI libro dell’Eneide, che immortala Miseno, suonatore di tibia, di tromba in battaglia, non praestantior alter aere cière viros, Martemque accendere cantu, amicissimo di Ettore, dopo la cui morte per mano d’Achille, altrettanto di Enea. Miseno muore vittima del dio Tritone, figlio di Poseidone, in Grecia, di Nettuno a Roma, col quale voleva gareggiare nel canto dalla poppa della nave, precipitandolo tra i flutti, e celebra Dedalo e il sacrificio di suo figlio Icaro, antesignano di Plinio, alla mitica scienza del volo, riservata agli Dei dell’Olimpo, Apollo e Mercurio, Atene e Venere…
Con cura è narrato lo studio di realizzazione scientifico militare, che consentì all’Ammiraglio Plinio di compiere la prima operazione navale di soccorso della storia, unita all’interesse di conoscere da vicino quel fenomeno, simile a quelli così frequenti in questi nostri anni, per cielo e per mare, nei quali si scatenano tsunami, tifoni e terremoti a far vittime che neppure si contano tutte.
L’ammiraglio, secondo quanto ne scrive il nipote, inizia la giornata del 24 senza avere particolari emozioni, sapendo che si trova anche su territorio soggetto a scotimenti reiterati e a bradisismi, dedito ai suoi compiti giornalieri. L’allarme della sorella, la madre di Plinio il Giovane, lo spinge alla osservazione del nuovo fenomeno nuvoloso, che egli subito riconosce in una immane violenta eruzione del Vesuvio. Ha dato tutti gli ordini per partire con una liburna. Pensa da scienziato alla osservazione del fenomeno, quasi a completare la sua voluminosa Naturalis Historia, trentasette libri: la Fortuna, sua dea, non glielo concede.
Non lo segue il nipote. Ad affrettare la partenza, ma di tutta la flotta, un dispaccio urgente di Rectina, l’amica, ben conosciuta dai classarii di base o distaccati all’interno della proprietà della matrona. Solamente alla lettura della tavoletta con Rectina e 4 XXXX, annota l’ing. Flavio, Plinio allibisce.
La richiesta del soccorso è pervenuta via fax diremmo oggi, più direttamente e velocemente, con rapidissimo segnale luminoso. Le quadriremi, che non hanno bisogno di vele e sono allestite per rapide partenza agli ordini noti, sono subito in mare aperto alla massima velocità consentita da rematori; dopo non molto ormeggiano non lontano dalle coste di Ercolano e di Oplonti, dove c’è ressa di fuggiaschi. Le scialuppe fanno via vai a salvare profughi, secondo l’ordine della classe sociale.
L’Ammiraglio prosegue verso il porto canale alla foce del fiume Sarno, di fronte alla Pietra di Ercole. Il sole, quello che si scorge, è al tramonto. Il suo amico Pomponiano, preda dello spavento come quelli che lo circondano, Plinio può raggiungerlo solamente con la scialuppa.
La compostezza dell’Ammiraglio vuole essere rassicurante per tutti. I suoi gesti sono calibrati. Rincuora. Va anche a riposare, s’addormenta. La cenere si ispessisce. Lo svegliano. Si va alla banchina del porto, con sul capo cuscini, per ripararsi dai lapilli di fuoco. Anche l’Ammiraglio.
Le scialuppe fanno il servizio d’imbarco sulle quadriremi di quanti possono, tra i quali Rectina e Pomponio.
Resta l’Ammiraglio, più grande ancora, nel suo paludamento militare e nelle insegne di comando e di onorificenze. Ma è esausto. Si stende sulla cenere con sopra spiegata la tunica e il capo appoggiato ad un pilastro della tettoia. Così per i secoli a venire.
“ Sul far dell’alba di quel 25 agosto, dal vulcano ondate ardenti…si abbattono con velocità fulminea su quanto si para loro innanzi. Molti dei disgraziati vesuviani in attesa del turno di imbarco, da Ercolano a Stabia, vengono raggiunti dai gas roventi e muoiono in pochi attimi a centinaia…”
Ma è salva Rectina che, involontariamente, invocando la flotta per sé, ha salvato tant’altre vite, e fatto giganteggiare ancora di più il naturalista e il nauta. Ed è lei che gli autori della rivista 79 d.C. ci fanno incontrare per le nostre terre molisane, a Morrone del Sannio. Caio Salvo Eutico scioglie il voto ai Lari di casa, per il ritorno di Rectina, incidendo su stele votiva.
La storia letteraria di Giunio Plinio è eternata dal nipote per desiderio di Tacito; quella archeologica, o caccia al tesoro, come giustamente la definisce l’ing Flavio, inizia presso la foce del Sarno, il 20.9.1900, per fortuiti scavi operati in seguito dall’ing. Matrone, che ritiene di averne trovato in un suo podere i resti, quelli umani con i preziosi che lo ornavano: storia che non cessa di interessare altri scienziati ed altri archeologi del Museo Nazionale di Arte Sanitaria di Roma, del quale, nella sala “ Flaiani ” in una bacheca, si conserva, protetto da vetro, un teschio, presunto di Plinio, e un gladio.
ngegnere, assente per studi il figlio Ferruccio, l’invito a raccontare e a colmare le omissioni: ho detto come ho potuto e saputo, con l’animo; egli può soddisfarvi con non minore partecipazione di quanta ne ha posto con il figlio nella narrazione ricca, commovente, avvolgente degli avvenimenti dei due giorni 24 -25 agosto di 1296 anni fa.
Domenico Loffreda 27.10. 05
Ing. Flavio Ruso
Consulente dello Stato Maggiore del Ministero della Difesa
Pubblicazioni
Dai Sanniti all’Esercito Italiano – La Regione fortificata del Matese, Ufficio Storico - Stato Maggiore dell’Esercito Laterza, Bari, 1991;
Parole e pensieri, raccolta di curiosità linguistico culturali, Roma,1997;
La difesa costiera dello Stato pontificio dal XVI al XIX sec., Roma, 1999;
Faicchio, Fortificazioni sannite e romane, Piedimonte Matese, 1999;
Trenta secoli di fortificazioni in Campania, Napoli, 1999;
Le torri anticorsare vicereali con particolare riferimento a quelle della costa campana, Napoli, 2001;
Ingegno e paura,trenta secoli di fortificazioni in Campania, in corso di stampa I, II e III volume;
L’Oro rosso di Torre del Greco, Piedimonte Matese, 2002;
Faicchio: ottobre 1943, piedimonte Matese, 2003;
L’artiglieria della legioni romane, Roma 2004;
Flavio e Ferruccio Russo, 79 d. C. Rotta su Pompei – Indagine sulla scomparsa di un ammiraglio, rivista della Marina – Ministero Difesa , Società editrice Imago Media, Piedimonte Matese, 2004 |