| Anche un mio saluto e ringraziamento all’ospite d’onore, raro, di questa non recente nostra Associazione storico-culturale, l’Ammiraglio Roberto Cesarotti, Comandante del comparto marittimo delle Forze navali Nato, componente dello Stato Maggiore Esercito.
E’ lui che s’interessa di avere una flotta efficiente, professionalmente addestrata e sempre pronta e munita, per ogni evento, di armi sempre più tecnicamente sofisticate e pronte all’uso. La specificità vuole la conoscenza con l’approfondimento della storia e delle storie anche le più remote, dal punto di vista militare, della costituzione degli eserciti, dello svolgimento delle guerre e delle battaglie per terra, per mare e, da meno di due secoli, anche di quelle aeree e spaziali, che si aggiornano senza posa.
La storia e le storie militari, intendo, per comprenderne le vittorie e più ancora le sconfitte, per adeguare gli addestramenti all’uso delle tecnologie scientificamente aggiornate, le quali, oggi, non hanno limite, purtroppo, a distruzioni catastrofiche. Non si può dimenticare il si vis pacem para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra, anche se la violenza, e le guerre sono tali che ne sollecitano altra contrapposta, vis vim peperit, la violenza suole generare violenza.
E la cultura militare ha una sua logica che non si può ignorare, soprattutto da quando Carlo Clausewtz con il suo La Guerra mutò valore e strategie. Il fine di conoscerla quale scienza è comunque degna dell’uomo, che, di sé, quanto più sa, meglio è, per prevenire, anzitutto, la guerra e tendere, se costretto, alla vittoria, o, nella sventura della sconfitta, per non aggravare i danni.
Sono queste sommarie considerazioni che costituiscono il merito degli studi su l’arte militare, promossi anche per avere aggiornamenti con rivisitazioni dirette e indirette dell’evolversi storico, a partire dalla constatazione che non c’è Stato, se non c’è esercito, e che l’uso dell’esercito deve essere l’extrema ratio. Ci può essere sempre un modus vivendi nella convivenza degli interessi fra gli Stati purchè non vi sia sopraffazione.
Anche perché, come costatiamo giorno per giorno, e apprendiamo dai media, le guerre non hanno più frontiere, e si combattono per le piazze, per le vie, e per e nei luoghi sacri con vittime innocue e innocenti, e moltiplicazioni di danni a persone e cose.
Non estraneo al nostro servizio di cultura, quale promuove da sempre l’Associazione, è questo nostro pomeriggio dedicato a un fatto storico non estraneo alla nostra storia:
L’episodio delle Forche Caudine, a me sembra esemplare di tale giudizio sulla guerra, nel bene e nel male, così come espresso dal comandante dei Sanniti Caio Ponzio telesino, dopo il ritorno dei messi da Roma, là inviati per soddisfare le richieste-pretese romane secondo il trattato concordato nel 341 a. C. di comune intesa.
Ma prima mi corre l’obbligo di ringraziare anche l’ing. Flavio, che è stato lieto di poter presentare l’opera novella nell’Associazione che lo vide suo associato nella seconda rinascita, e già presente negli anni recenti a presentare nell’aula del Consiglio Comunale della Città il mio Sannio Pentro Alifano volume II di cui compilò anche la prefazione; e in questa sala Minerva ancora non rinnovata, il suo sontuoso volume L’Artiglieria delle Legioni presentato dall’Avvocato Gianluigi D’Amore e, da me, coautore il figlio Ferruccio su numero unico della Rivista Marittima il racconto storico 79 d. C. rotta su Pompei. Indagine sulla scomparsa di un ammiraglio,ossia sulla fine di Plinio il Vecchio, l’ammiraglio che lascia a Pompei la sua vita e per l’osservazione del fenomeno- per lui la cultura e le ricerche erano la sua vita preminente, 37 libri di Naturalis historia - e per l’intervento della flotta, sempre pronta allestita a Capo Miseno, per salvare vite umane in preda al panico. Primo esempio di uso della flotta al fine del soccorso.
Non ci si stupisca di quel che ho detto fino ad ora, per introdurre il discorso certamente non nuovo, sulla non ultima sua ricerca, che più scientificamente non si può anche dal punto di vista militare, qual è la ulteriore indagine, sull’episodio di guerra senza strage d’uomini d’arme, per la scelta di Caio Ponzio di non passare a fil di spada due legioni, umiliandone, però, comandanti e legionari, e suscitando ugualmente l’ira dei Romani, i quali perciò, non avrebbero mai dimenticato l’offesa amara, vendicata in modo barbaro, nel II secolo dopo Cristo da Silla, che dei Sanniti pensava di distruggere finanche il nome.
Non cessa di suscitare molto interesse in chiunque per studio o per diletto o per caso si sofferma a leggere di Tito Livio, nel libro IX delle Storie: titolo proprio, Ab. Urbe. Condita. Dalla fondazione di Roma, i capitoli, ben 12, che lo storico dedica all’evento, raccontando non solo gli antecedenti delle Forche Caudine, ma anche i particolari e il lungo strascico delle conseguenze della trappola, tattica militare, tesa alle legioni.
Antecedente- Il ritorno a Telesia, da Roma, senza buon esito, dei messi Sanniti che là si erano recati per trattare delle riparazioni di guerra che essi riconoscevano per aver violato i patti del trattato di pace stipulato nel 341 a.C.. In quell’anno, i Romani erano intervenuti a dare una mano autorevole, sembra senza veri e propri atti di guerra, accogliendo la richiesta dei Capuani, italici osci, per la protezione del popolo loro affine degli Alifani, abitanti da sempre nel loro territorio, conteso però dai Pentri militi-pastori, o viceversa pastori-militi, stanziati sul massiccio del Tifernus mons, il nostro Matese, nelle stagioni da inizio primavera fino ad inizio autunno, da quando con le gregge si recavano alla piana alifana, per la transumanza invernale.
La contesa, nel tempo è favorevole ai Sanniti, che costringono gli osci Alifani, ad abbandonare il proprio territorio e ad attestarsi, la maggior parte a Castello sulla media montagna, luogo difeso con mura poligonali a sud e a nord, megalitiche a monte Cila e ciclopiche per il Vallone Paterno; altri alifani scelsero la zona pedemontana del Biferno, quella che noi distinguiamo con i toponimi medievali di S. Giovanni, Seponi, Monticelli, ad est Scorpeto, forse anche Sepicciano, per potersi recare ancora a coltivare i fertili terreni e, d’estate a irrorarli per la ricchezza d’acque della sorgente del Torano e del Volturno, nonché a preparare gli erbai invernali per le gregge.
Vent’anni dopo i Sanniti intervengono, come alleati, con proprio esercito, in aiuto di Paleopoli – Pizzifalcone- in guerra con i Romani. Questi, vincitori, chiedono ai Sanniti, secondo i patti del 341, di pagare le sanzioni previste come riparazioni.
Quel trattato di pace, anzitutto prevedeva la neutralità dei Sanniti a intervenire negli interessi dei Romani e dei loro alleati. Essi, consapevoli, avevano inviato a Roma, messaggeri in ambasceria, con la buona volontà di soddisfare, per quanto possibile, le richieste come da trattato.
Caio Ponzio Telesino è a capo dell’esercito Caudino, che si rinforzava di altri militari del vasto territorio Sannitico: i Pentri del massiccio matesino, i Frentani del Fortore, gli Irpini della terra che ne conserva il nome e forse anche i Carracini, del territorio compreso tra il Sangro e la Maiella.
Il ritorno dei messi senza la pace sperata, è guerra obbligata che detta al comandante sannita, prima della partenza per Caudio, un nobile discorso, quale è quello che Livio fa pronunziare al comandate con prima e piena riverenza agli dèi, dei quali avevano placato la collera:
- Non dovete credere che sia rimasta senza frutto la nostra missione a Roma. Anzi con essa abbiamo placato la collera degli dèi per quel tanto di colpa che era stata da noi commessa con la rottura dei patti. Io sono sicuro però che a quegli stessi dèi piacque sottomettere noi alla dura necessità di restituire quello che ci era imposto dal trattato, siano rimasti poi sdegnati che i Romani dal canto loro abbiano con tanta arroganza respinta l’espiazione della violazione del trattato stesso… abbiamo restituito le prede tolte ai nemici…nostre per diritto di guerra; abbiamo dato nelle loro mani gli istigatori della guerra , morti, perché, già, non avremmo potuto consegnarli vivi; abbiamo portato a Roma anche i loro beni, perché nulla rimanesse tra noi della complicità avuta nella colpa...i Romani sono crudeli al punto che non si sentono sazi della morte dei colpevoli, della consegna dei loro corpi senza vita…se non offriamo loro il nostro sangue in bevanda, i nostri visceri da dilaniare. Giusta, o Sanniti, è una guerra per coloro ai quali è di necessità vitale, pie sono le armi per coloro ai quali non rimane altro da sperare se non nelle armi…ritenete per certo che se nelle guerre precedenti abbiamo mancato più verso gli déi che non verso gli uomini, questa, che ora ci incombe, voi la condurrete sotto la guida stessa degli dèi.-
L’esercito di Caio Ponzio, dopo il suo ragionevole dignitoso discorso di incitamento, si avvia agli avamposti assegnati, fiducioso negli dèi, nel comandante, in se stessi, si muove verso Caudio e vi si
accampa nei pressi, in gran segreto in attesa del nemico romano.
Il piano studiato inizia ad essere posto in atto. Nei dintorni, non molto distante, finti pastori ben addestrati, pascolano gregge belanti in attesa delle legioni romane che si inoltravano guardinghe alla ricerca dell’esercito sannita per accamparsi in posto giusto prima dello scontro. Le legioni sostano nei dintorni di Calazia.
Gli esperti dei Romani vanno in cerca di notizie del posizionamento dei Sanniti. Quei pastori incontrati per i pascoli, riferiscono che l’esercito si trova in Puglia, all’assedio di Lucera fedele alleata; richiesti della via più breve per raggiungere quelle terre e andare in soccorso della città assediata, indicano loro la via tra i monti, dove Caio Ponzio li attende. Il piano si svolge come previsto.
Un buon tratto delle due gole delle Furculae tra i monti sono sbarrate tanto da poter contenere le legioni con le salmerie. I Romani vi si immettono. Il cammino sembra in sicurezza. Le legioni procedono. Quando i legionari, tutti, vi sono preda, i militi Pentri, dall’alto dei ripiani, tengono sotto il tiro dei giavellotti e delle daghe il nemico, preda sicura.
Come comportarsi? Caio Ponzio invia fedelissimi a chiedere consiglio al suo saggio ed esperto genitore Ponzio Erennio. Il quale suggerì o di mandarli via al più presto senza torcere loro un capello, oppure di ucciderli tutti, dal primo all’ultimo.
Non semplice la scelta. “Alla domanda del figlio e degli altri capi a voler sapere che cosa pensasse di una via di mezzo per la quale i Romani sui lasciassero partire incolumi, ma dopo averli assoggettati alle leggi che si impongono per diritto di guerra ai vinti rispose:- E’ questa una soluzione che non concilia le amicizie e non dissipa le inimicizie.”
L’incertezza rimaneva. Le proposte dei consoli – una pace equa o una sfida a battaglia- viene respinta perché, risponde Caio Ponzio, la guerra era ormai finita. I capi sannitici decidono, e comunicano ai consoli, che li avrebbero fatti passare sotto il gioco, disarmati, vestiti di una sola tunica, se non avessero accettato le condizioni di resa: il ritiro dell’esercito dal territorio sannitico e quello delle colonie che vi avevano condotto.
Alla fine questo fu l’esito infausto per i consoli e le legioni, dopo inefficaci colloqui per salvare l’onore del loro numeroso esercito, che quasi aveva lasciata sguarnita Roma e le altre terre.
Queste brevi e succinte note di introduzione solamente per predisporre la nostra attenzione per la migliore comprensione dell’itinerario percorso dall’ing. Flavio nelle gole caudine sulle orme lasciate dai legionari Romani e da T.Livio che ce lo tramanda in un linguaggio epico, esaltando le figure più eminenti che si ricordino del popolo sannitico.
Ricordiamo però che fu l’episodio, quello delle Forcule, il più amaro per i Romani che esplose nell’odio di Silla che assalì i Sanniti con tanto odio rabbioso da tentarne di farne perdere le tracce anche del nome, di questo popolo, soprattutto dei Pentri, nostri antenati, tanto fieri che, quando Annibale viene nella nostra terra a sottometterli, perché unici a rifiutarsi a lui dopo la battaglia di Canne, si pongono disposizione di Fabio Massimo il Cunctator, che si oppone al generale cartaginese con tale efficace tattica che gli fa decidere l’abbandono dell’agro alifano.
A te, ora, ing. Flavio. Grazie
D.L. 5 maggio 2007 |