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I Cistercensi con i nostri contadini e pastori

Nono centenario — 1098-1999

In questo anno centenario è dovere il ricordo, senza pretese e molto rapidamente, per ora, della presenza dei Frati Bianchi nelle nostre contrade volturnensi e matesine dalla fine del XII sec. in poi: prima con l’Abbazia di S. Maria della Ferrara e le grange e le chiese, e, dopo l’abbandono della stessa Abbazia e delle dipendenze, con i notevolissimi beni diffusi per le campagne e in molti abitati di Terra di Lavoro, del Ducato di Benevento, e delle terre del Molise e della Puglia.

E’ Roberto di Molèsme che vuole la nuova famiglia monastica cistercense, dal ceppo antico benedettino, dal quale verrà anche la successiva dei Trappisti. Il motivo: il modo di interpretare e seguire la Regola.

L’aveva dettata S. Benedetto da Norcia la Regola che innovava il monachesimo fatto di sola solitudine e preghiera e sofferenza, tutta religiosità e spiritualità. Due imperativi: Ora et Labora. Una rivoluzione.

La Regula, oltre l’Ordine per il quale era stata concepita, da Ludovico il Pio, nel sec. IX, fu estesa a tutti i monaci dell’Impero. Essa, però, non sempre e da per tutto si applicava e rispettava allo stesso modo. I monaci di Cluny, nel X sec., giunsero a dare un valore secondario a Labora, la seconda parola del motto, tradendone lo spirito, cioè di praticarlo quale liberatorio di energie inattive e perciò salutare al monaco, oltre che utile a produrre autonomia economica alla vita dell’abbazia; mentre la prima, Ora, veniva praticata con la preghiera collettiva e corale, a voce alta e stentorea nel tempio, che era divenuto, da semplice e modesto, sfarzoso e tutto decoro, e dove si celebravano pompose cerimonie sacre. I chiostri, poi, erano architettati accoglienti e sontuosi, e così i dormitori e i refettori, nei quali i pasti non erano più frugali, ma abbondanti e ricchi di vari alimenti.

Roberto di Molèsme, critico deciso e volitivo, si oppone a quel modo di intendere e praticare la Regola, ed egli insieme con altri venti confratelli decide di dare vita ad una rinnovata famiglia monastica. La quale, dal luogo della prima sede, Citeaux, nella Borgogna, dove sorge anche Cluny, prende il nome di Cistercense, da Cistercium, il nome latino della cittadina. La diffusione deiil nome latino della cittadina. La diffusione dei Cistercensi oltre e fuori la Borgogna è favorita dall’opera attiva e dalla fervente appassionata predicazione di S. Bernardo di Clairvaux, il santo al quale Dante, nel XXXIII del Paradiso fa levare alla Vergine Madre, figlia del suo Figlio, la preghiera la più alta, la più perfetta, la più santa, e di più pura e intensa forza poetica che mente umana abbia potuto tradurre in parole. E’ anche lui, Bernardo, che per il culto alla Madonna, farà dare a quasi tutte le badie e grange e chiese il nome di S. Maria. I viaggi di Bernardo, in Italia e per l’Europa, sono anch’essi sprone alla diffusione dell’Ordine, che costruisce Hautcombe (dove è tumulato il re Umberto II), Casamari, Casauria, Fossanova, per ricordarne alcune, insieme con l’abbazia di S. Maria della Ferrara, filiazione di quest’ultima e matrice, a sua volta, delle grange sul nostro territorio.

I Cistercensi si estendono per tutta l’Europa latina cristiana e nei paesi danubiani. In poco più di un cinquantennio, dal 1098 al 1150, si trovarono a gestire non tanto il proprio imponente patrimonio, quanto ad essere promotori di crescita economica nei vari paesi.
si trovarono a gestire non tanto il proprio imponente patrimonio, quanto ad essere promotori di crescita economica nei vari paesi.

Alla scelta rigorosa di vita religiosa, in luogo isolato, associata alla economia del lavoro, segue il prodigio della diffusione, conseguenza della protezione di cui fin dall’inizio godono da parte di papi, di re e dell’imperatore Federico II.

Il nuovo Ordine sceglie per sé, per distinguersi, anche nell’aspetto, dai monaci clunicensi, di indossare un abito bianco, di semplice lana tessuta grezza, come segno d’umiltà, e di vivere in solitudine, in luoghi selvosi, ben separati dai centri abitati, là dove la regola può essere pienamente seguita e vissuta nello spirito che la ispira; rispetto poi al sontuoso tempio dei clunicensi, le chiese che costruiscono, altra particolarità, senza torri campanarie, sono nude di decorazioni, dalle finestre oblunghe e non ampie filtra luce tenue e soffusa, tanta che non disturbi ilraccoglimento e favorisca il fervore religioso. I Cistercensi sono i monaci che operano il trionfo del gotico, nella costruzione delle abbazie e delle grange, che ne sono la filiazione.

E intanto essi possono costruire, in quanto trovano sensibili alle loro scelte le autorità religiose in quanto tali, e quelle civili, perché interessate alla vita e allo sviluppo economico che i Monaci possono promuovere. Federico II riunisce alla sua corte, de consilio curie romane, i rappresentanti di tutte le abbazie di Sicilia e di Puglia e di Terra di Lavoro e li investe del titolo di magistros gregum, armentorum et diversarium actionum et ad construenda sibi castraet domicilia per civitates regni, ubi non habebant domos proprias ad ospitandum i rappresentanti di tutte le abbazie di Sicilia e di Puglia e di Terra di Lavoro e li investe del titolo di (maestri di greggi, armenti e d’altre attività, nonché di costruire per sé castelli e domicili per le città del regno dove non possedevano proprie case adatte ad ospitare. (Chronica Priora di Riccardo di San Germano, p. 38).
di Riccardo di San Germano, p. 38).

La storia che conosciamo meglio è anche quella che ci interessa più da vicino, ma che non è dissimile da quella che si svolge altrove, dove sorgono altre badie e grange: può solamente mutare il tipo di attività economica, secondo il luogo di insediamento e il tipo di prodotti. E la ricorrenza obbliga a ripercorrerla rapidamente nei tratti essenziali per comprenderne la straordinaria importanza, quasi strategica, sia religiosa sia economica che assume, e la quale attrae l’attenzione degli storici, che ne vogliono cogliere gli aspetti distintivi e qualificanti a confronto di altri ordini monastici.

L’Ordine, come ora soprattutto si legge e come tutti convengono, si caratterizza per la intensa attività economica svolta e sviluppata dalla fondazione al XV sec. circa, e per la eredità lasciata in godimento di beni in terre, per secoli, a contadini e pastori, e in case e orti e qualche mulino in altri luoghi scelti dove aveva eretto chiese ed opifici.

La costituzione fondamentale Charta Charitatis regola tutta la vita dei monaci, quella delle pratiche religiose interne agli edifici sacri, e quella all’esterno, per seguire lo svolgimento delle attività economiche, in contatto con il mondo contadino, pastorale e commerciale. Le prime sono scandite dagli orari fissi nei quali si recitano le preghiere, dalle mattutine alle vespertine, alle serotine e alle notturne; all’esterno la Charta regola i lavori nei campi, lungo il fiume, sui monti con gli uomini addetti ai diversi lavori.
regola i lavori nei campi, lungo il fiume, sui monti con gli uomini addetti ai diversi lavori.

L’abbazia madre è la mente propulsiva e regolatrice della vita comunitaria su tutto il territorio che controlla soprattutto attraverso le grange. Queste unità prendono nome dal fonema francese grange che vuol dire "fienile", e che negli Statuti assume il doppio significato di:

a) piccolo monastero di montagna isolato dove fare pratica religiosa di spiritualità, contemplazione e ascesi;

b) fattoria, da dove irradiarsi ed espandersi per promuovere le attività manuali di disboscamento, di dissodamento, di cura degli armenti, e, prima ancora, centri di servizio, di assistenza, di ricovero, di protezione e di istruzione a costruire attrezzi di ogni genere di lavoro. A capo vi è il grangiere, che ne è il custode; gli sono di aiuto altri frati e i conversi. Le grange, per l’Ordine Cistercense, costituiscono quel che sono i vasi sanguigni rispetto al corpo: reti di insediamento e di fondazioni su vastissimo territorio, ma così fitte da formare "una organizzazione tanto efficace da rendere l’ordine molto influente e longevo", (H. Hauben — B. Vetere - I Cistercensi nel Mezzogiorno Medioevale, p. 9). Esse sono la realizzazione finale del Labora. p. 9). Esse sono la realizzazione finale del Hanno tutte omogeneità tra loro, quelle piccole comunità, che dovettero adattarsi alle diversità e alle condizioni dei luoghi e delle esigenze che ad essi si venivano a porre. Scegliere di sapersi adattare e conformare beneficamente e utilmente, è virtù.

Le grange, sparse sapientemente qui e là, si completano con il terminale economico più vasto che è la "curia". La quale è tutt’uno con la sede monastica e la chiesa che si fonda, fuori, ma non molto lontano dall’abitato urbano. La curia deve assolvere il compito di centro commerciale vero e proprio: stoccaggio e vendita delle merci prodotte dalle grange o in loco; acquisto di altre produzioni e beni utili; deposito degli interessi riscossi in danaro (quasi uffici bancari) o in natura; uffici per comunicazioni e per relazioni esterne. I mercedari sono di aiuto nelle curie, come i conversi, lavoratori più o meno stabili, delle grange. I mercedari sono personale specializzato, diremmo oggi, nell’agricoltura, nella produzione artigianale, nelle valutazioni commerciali e nelle transazioni, nelle pratiche amministrative e fin anche nel diritto.

Si dice d’un mercedario che fu il tipo dell’«uomo economico» ritenuto caratteristico dell’Ordine. Non sono religiosi. Saranno in seguito personale specializzato nelle amministrazioni pubbliche.

La struttura economica cistercense, dagli storici di questo ultimo secolo, viene studiata molto accuratamente proprio per la sua peculiarità: i Cistercensi sono stati ritenuti i pionieri della civilizzazione e del progresso. Essi, "molto prima della Riforma e del puritanesimo avrebbero raggiunto quella etica del lavoro e quel livello di carattere economico e di efficienza tecnica che sono le caratteristiche fondamentali della società industriale della metà del XIX sec." (I Cistercensi..., o.c. p. 9).
o.c. p. 9).

Per estensione può dirsi che la società economica organizzata dai Cistercensi, con le pratiche e i metodi utilizzati per tutta l’Europa settentrionale, centrale e meridionale, e per il disegno e la attività di porre costruzioni nei punti nodali, strategici e sicuri attraverso l’Italia, dal nord al sud, persino in qualche piccola isola, Ponza, ad esempio, anticipa il mercato che, con neologismo, chiamiamo "globale".

Altri storici, quelli di scuola francese, ritengono che l’organizzazione cistercense va interpretata quale elemento di contrapposizione alla società feudale ritenuta confusa e caotica; vuole anche riconoscere in essa una anticipazione delle utopie sociali dell’epoca moderna (in tal caso si giustificherebbe come utopia religiosa, che non è estranea all’ordine del pensiero religioso monastico, con il ritorno di effetti benefici e per la comunità che la promuove e per la comunità civile che ne trae altrettanto beneficio; mentre, quando l’utopia, non religiosa, non rimane nel pensiero filosofico o politico, ma vuole effettuarsi nel reale della società più complessa di un popolo o di popoli, i danni fatali sappiamo bene quali sono).

Gli studiosi anglosassoni paragonano "i pionieri industriali come Henry Ford" agli abati Cistercensi del Medioevo quanto a organizzazione delle aziende e dei gruppi industriali.

Abbiamo accennato che i Cistercensi crebbero tanto e tanto rapidamente per aver trovato sulla loro via papi e re e un imperatore "illuminati", che compresero, non ostacolarono e in ogni modo agevolarono il cammino lungo gli itinerari che intraprendevano. I quali non divergevano da quelli tracciati precedentemente da altri confratelli benedettini. I Cistercensi, di fatto, non andavano in luoghi deserti. Solo che essi avevano ben chiaro in mente e fini e metodi, che realisticamente sapevano fare cadere nella realtà e fare fruttificare come il buon seme fatto cadere su fertile terreno.

L’Abbazia di S. Maria della Ferrara.

Per tornare ai Cistercensi sulle nostre contrade, come or ora ho detto, essi vi sono stati ospiti non occasionali. Per scelta si pongono sulle orme lasciate oltre quattro secoli prima dai confratelli Benedettini dell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno.

La fondazione cistercense di S. Maria de Ferrara, nella Diocesi di Teano, presso Vairano, sorge con la protezione del conte Riccardo de Sangro, che dona la terra per la costruzione della grangia. La quale inizia a sorgere nel 1171, come dipendenza della badia di Fossanova, frazione del comune di Priverno, sotto la direzione del monaco Giovanni Ferrara, da essa inviato e dal quale, probabilmente prende nome. (Chi può dire che il monaco Giovanni non sia stato inviato a fondare la grangia perché esperto nell’arte di costruire e perché nato a Vairano o nei pressi? Il Casato esiste ancora oggi). Presto, in un solo decennio, essa diviene abbazia autonoma, perché trova agevole via alla irradiazione e alla penetrazione nel territorio, precedentemente bene arato dai frati voltumensi.

Della storia della Abbazia della Ferrara, fin dal donativo ora ricordato, conosciamo quasi tutte le vicende, che ci sono state narrate dalla Cronaca di Falcone di Benevento e da quella di un Ignoto Monaco dell’Ordine del XIII sec., manoscritto scoperto da Augusto Gaudenzi e da lui pubblicato a Napoli nel 1888. La storia diviene circostanziata per le bolle pontificie, per i privilegi emanati, per le platee o inventari (qual è il Manoscritto Gesuitico presso la Biblioteca nazionale "Vittorio Emanuele" di Roma), che si è costretti a fare per non mandare dispersi i beni dell’Abbazia, per le storie generali della Chiesa e quelle del Lubino Abbatiarum Italiae brevis notitia Romae MDCZi e dell’Ughelli italia sacra, e per i documenti conservati negli archivi Vaticani, delle Abbazie ed in quelli dello Stato. Sui documenti che si ricercano, la riflessione ininterrotta degli studiosi, sopra tutto in questo ultimo secolo, apre nuovi orizzonti di conoscenza e di approfondimento, come ho accennato e per i documenti conservati negli archivi Vaticani, delle Abbazie ed in quelli dello Stato. Sui documenti che si ricercano, la riflessione ininterrotta degli studiosi, sopra tutto in questo ultimo secolo, apre nuovi orizzonti di conoscenza e di approfondimento, come ho accennato nel-l’excursus, traendo dalle letture di studi, quali quelli del Ker o di Scandone o dal recentissimo studio a più voci traendo dalle letture di studi, quali quelli del Ker o di Scandone o dal recentissimo studio a più voci I Cistercensi rcensi nel Mezzogiorno Medioevale, a cura di li. Hauben e B. Vetere, pubblicato a Galatina (Le), senza trascurare i cenni del Marrocco nel suo Piedimonte Matese, a cura di li. Hauben e B. Vetere, pubblicato a Galatina (Le), senza trascurare i cenni del Marrocco nel suo né il saggio del Di Muccio sul suo Storia di Vairano Patenora, né De conventu nobilis Ferrariae Cenobii M. Nassa.
M. Nassa.

Dalla Cronache ci parlano con le loro bolle i papi Celestino III (1191-1198), Onorio III (1216-1227) e Gregorio IX (1227-1241), e con i sei privilegi, uno di Guglielmo II Re di Sicilia. Due di Federico II Imperatore, tre di Carlo II d’Angiò sex privilegia unum scilicet bone memorie) Guillelmi Regis Sicilie, duo qondam Frederici olim Romanorum imperatoris... ac reliqua nostra tria indulta dicto monasterio Sanete Marie de ferraria. (Ignoti monachi ..., o.c. p. 7 col. 2).

Sono tutti documenti preziosi per la conoscenza di una parte non secondaria della nostra storia medioevale, dalla quale, ad esempio, provengono i diritti di uso civico di cui ancora oggi godiamo nell’uso delle acque, dei pascoli, dei boschi, etc. concessioni che i regnanti avevano elargito munificamente sia ai Benedettini Volturnensi sia ai Cistercensi della Ferrara, sempre confermati, per secoli. Negli stessi leggiamo tutte le altre concessioni fatte Iibertates et immunitates, i nomi delle grange, prima tra tutte quella di S. Angelo de Rave canina nel 1197, e quella di S. Gregorio di Monte Pedacoli, nel 1222, contemporanea la grangia di S. Maria sul Matese con la chiesa (presso l’omonima sorgente che ne perpetua il nome e dove sorge la Cooperativa Agroturistica la Fa.Lo.De), e S. Spirito sul Ponte del Volturno, e Tiferno... Sono tredici, quattordici con la dipendenza individuata presso Valle Orsara a Castello del Matese, da chi scrive con il prof. G. de Angelis.

Ma la provincia dei monaci ferrarensi ha una estensione notevolissima: dalla Abbazia di Vairano alla grangia di S. Maria della Incoronata di Foggia: sono quarantanove le località di insediamento, alla compilazione dell’inventano dell’anno 1476; cinquantasei, a quello del 1622. Sono città quali Isernia, Capua e Benevento, e terre da Pietravairano a Torcino, Mastrati, Rocca monfino, Prata, Pratella, Valle Agricola, Gallo e Tino, da Ailano, a S. Angelo de Rave canina, ad Alife, Alvignano, Baia, Riardo, Pietra Mollara, da Caiazza a Limatola, Guardia e Campochiaro, Francolise e Petra pulcina (la Pietralcine di Padre Pio). E a Piedimonte con il casale di S. Potito, i Cistercensi hanno un vasto bene che è la Starza di Sepicciano, confinante con beni di Castello e che include terre a vigneto in località Valle Frisi. Tutti i beni erano compresi nel Campo della Ferrara, toponimo che non davano i Frati Bianchi, ma la popolazione, quale nuova identificazione del luogo. Una curiosità per i beni della starza? Di molti vigneti si tentava di venirne in possesso con sotterfugi, per cui vi era lite tra gli amministratori e i possessori.

La grangia di S. Gregorio è censita come priorato, e come tale (godeva di un diverso status, per metà era possesso della Sede Apostolica) non era più amministrata dagli abati-commendatori della Ferrara, ma, appunto, da un priore.

Una rivoluzione.

Una rivoluzione.

L’Abbazia della Ferrara, dal 1461 veniva amministrata da Cardinali, dopo che si era verificata non buona conduzione degli abati titolari. Non citerò, per ora, tutte le località ed abitati che costituivano il motto vasto complesso abbaziale. Tornerò presto sull’argomento con saggio più analitico.

Riguardo al toponimo "campo" o "starza" della Ferrara, lo incontriamo anche in altre località, quasi come appellativo distintivo non tanto della proprietà, quanto d’un bene sacro nella finalità dell’uso dei redditi: per l’esercizio di pratiche religiose; per la conservazione di edifici sacri; per l’assistenza a persone o famiglie bisognose.

Ma quanti sono i beni della Abbazia? Essi erano distinti tra beni demaniali e beni enfiteutici: complessivamente i primi, in tomoli, n. 2768, i secondi, n. 1184.

La distribuzione abbastanza capillare ed equa dei beni tra molti possessori, certamente, nel corso dei secoli, ha svolto una azione benefica sotto vari aspetti, quali: a) di limitare l’accumulazione di terre nelle mani di pochi, ossia di non consentire grosse proprietà o latifondo; b) di assicurare col ricavato dei beni la sussistenza per la famiglia; c) di sottrarsi, per molti, alla servitù di padroni esosi; d) di godere delle stesse liberalitates et immunitates, privilegi che i Cistercensi avevano ottenuto per esplicare al meglio tutte le loro attività, dovunque si trovassero, senza darne conto né a vescovi né a feudatari.


San Potito Sannitico,

Dicembre 1998

P.S.

Con questo ricordo penso di avere pagato, insieme con il lettore, un piccolo doveroso tributo di riconoscenza alla opera di progresso civile ed economico impresso nei secoli passati alla nostra gente dall’Ordine che sicuramente molto ha contribuito a trasmetterci valori di civiltà, che sono divenuti nostro patrimonio comune e durevole nel modo di sentire e di vivere...

Secoli di storia in poche pagine. Il mio proposito di rievocare il nono centenario dei Monaci Bianchi, che per queste contrade hanno operato insieme con i pastori e i contadini a rendere più redditizie terre e greggi, è stato soddisfatto. Anche per loro merito i paesi nei quali viviamo vengono a far parte della nobile storia dell’Ordine. Fraternità aperta mi offre la opportunità della collaborazione e di dare così voce a qualche pagina della nostra storia che con amore, in solitudine, scrivo. Un ringraziamento sentito al Comitato Redazionale.

 

D.L.

 


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