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Il Prof. Michele Malatesta, dopo la lettura di Domenico Loffreda Il borgo si racconta

Roma, 21 gennaio 2004

Carissimo Domenico,

questa volta sono stato fortunato., Il tuo libro mi è pervenuto in un momento di relativa tranquillità, libero da impegni impellenti, per cui mi è stato possibile leggerlo tutto di un fiato.

E bellissimo! E guarda caso l’ho letto proprio il giorno di S. Antonio Abate, alla cui festività hai dedicato un vivace bozzetto ed anche qualche altro cenno.

Nella prima parte hai fatto rivivere i mestieri, la vita quotidiana, la transumanza nella Capitanata, le festività di S. Gregorio, con i preparativi, le attese, le consuetudini, la culinaria, e tutto sullo sfondo di un retroterra paesaggistico, socio-economico, culturale da cui emerge la d,urezza della vita ed i sacrifici delle generazioni passate. E poi quel monologo con l’asino in dialetto! E un piccolo autentico capolavoro. L’ho letto due volte: la prima con l’aiuto della traduzione italiana — ormai, esperto del Belli quale sono, conosco più il dialetto romanesco dell’ ‘800 che non quello attuale di Roma o di Napoli o quelli del Medio Voltumo — la seconda per gustarlo. E l’ho gustato come si gusta un bicchiere di vino buono che viene centellinato nell.o spazio di mezz’ora. Quando poi mi sono imbattuto nell’inverno lungo a passare Comm ‘a stu lungo vernu mio, ra quanna è morta muglerema ho pensato all’ultima volta che ti ho sentito per telefono e ad una confidenza che mi hai fatto, e che si fa soltanto agli amici.., quelli intimi, quelli veri. E ti ringrazio per avermi annoverato tra questi. Non è forse tutto e solo tuo quel monologo?

La seconda parte, a mio modo di vedere e soprattutto di sentire — ma, come ben sai, non sono un critico di professione — è ancora più bella. Hai creato un nuovo genere letterario. Partendo da fonti documentarie, sia epigrafiche che cartacee, hai creato delle stupende elegie della morte. È bello immortalare i grandi uomini, le grandi imprese. Ma se la storia è, come diceva Nicola Petruzzellis, «la vita del genere umano nella totalità delle sue manifestazioni: è l’oceano maestoso e profondo alimentato da innumeri sorgenti, piccole e grandi» (il corsivo è mio), ancora più bello è immortalare i piccoli, gli onesti, i poveri, con lo stesso gesto di carità con cui al cimitero si depone un crisantemo per quanti dormono nell’ossario comunale. Nell’immortalare oscuri sangregoriani hai eretto un monumento, oserei dire perenne, a tutti i sangregoriani di tutti i tempi, perché il lettore renda loro omaggio, proprio come sull’altare della patria, nel montare la guardia al milite ignoto, si rende onore a tutti i caduti.

Ti auguro di continuare a percorrere la via intrapresa, con tanta maestria, per salvare la memoria ma anche, te lo dico con una punta di egoismo interessato, per regalare un’ora di serenità e di felicità a quanti ti leggono e ti vogliono bene.

Cari saluti alle tue figliole ed ai parenti tutti.

A te un fraterno abbraccio

Michele                             


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